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venerdì 4 novembre 2022

A Gabriele Rossetti il busto al Pincio ... il banchetto agli invitati.


Inutile aggiungere parole (tranne che la foto l'ho scaricata da qualche parte nel web, mentre l'articolo l'ho scovato nella immensa emeroteca Ciccarone). Era il 4 novembre 1911 e ...


 

lunedì 31 gennaio 2022

La Vasto di Michele Monina


Mi sto gustando in questi giorni un libro che parla di Vasto ma del quale i "vastesi" difficilmente ne conoscono l'esistenza, almeno fino ad oggi. 
"Guida Psicogeografica oer autostoppisti" è il titolo del libro scritto a Michele Monina, scrittore di Ancona e, come dice lui, in esilio a Milano.
Di sicuro non mi metterò a narrare del contenuto del libro ma mi piace evidenziare che, in maniera molto veritiera, anche se con diverse imprecisioni non dovute all'autore ma a chi gli ha fornito le notizie, Micchiiiile (chiamerò sempre così l'autore, dopo aver letto il suo libro) ha saputo leggere e descrivere, oltre che la "Città", i suoi abitanti.
Il bello, a mio modo di vedere, di questo libro sta nel fatto che viene descritta una Vasto poco osservata, una Vasto alla fine della sua epoca "Vastarola" e all'inizio di quella "Vastese". Non mi dilungo nella spiegazione di questo mio pensiero e lascio agli "eventuali" lettori comprendere questa distinzione.
Dallo scrittore (Micchiiiile) vorrei solo sapere, qualora si trovasse a leggere questo post e avesse voglia di rispondermi, cosa intende per "intellettuale" e se considera positivo o negativo l'aggettivo "eccentrico". Inoltre lo vorrei informare che la sua opera mi è stata segnalata da un "cugino di alto grado".

P.S. Ho scelto la foto perchè ... magari in un incontro estivo ne potremmo parlare.

giovedì 30 settembre 2021

Il San Michele di Francesco Paolo Spadaccini

 


In passato, in polemica con amici, commentai il fatto che il Santo Patrono avesse una delle chiese più piccole della città, ma almeno situata nel punto più bello del nostro lato est.

Patrono di cui si parla poco durante tutto l’anno e ci si ricorda di lui solo in occasione della sua festa.

Della sua festa ma anche di quando la città ha avuto bisogno dei suoi buoni uffici presso il Padre Eterno.

Questa piccola composizione in dialetto racconta proprio questo.

 

 

San Michele, Protettore

 

Strillènne a circhè la piève,

'na mòrre di  cafìne e urtulène

s'apprisènde annènze a Sammicchèle.

 

Lu Suànde sènde e sa' risbàje 'ngustujète,

scènne l'addère e angòre durmuènne

aèsce 'a vidà che stève  succiudènne.

 

Ohè!...Che jè tùtte sta ammujène!

Minìte aecche sòle pì cummunènze,

e l'èddre jùrne? Nisciùne vè'affà pinitènze.

 

Li cafìne 'mbaurète… Prutittò circhème schìse,

ma aècche la cambàgne s'è sicchète

e sènza virdìre 'nzè màgne e 'nzì fa mirchète.

 

Accuscè jè? Si minìte aècche addà èsse pi rispètte,

all'arcangèle di Ddè ci vo' sèmbe divuziàne,

sòle accuscè putète aripurtè la binizzàne.

 

Mìse e mèse…nisciùne vè' appiccè cannàle,

pi tutte l'ànne facète l'àrte di cajàsse,

sòle pi la fèste mi calète e mi purtète a spàsse.

 

Ma cànda la magnatàre scarsijàie,

allàre tutte a strippàrse li capèlle,

tutte a ricitè rusuàrie a ògne cappèlle.

 

A l'addijìne…sìbbite: Micchèle me 'ndò stì?

E a panza piàne…niscìne a truvè lu Sànde,

sòle càcche vicchiarèlle ògne tànde.

 

 Jète pùre a la marène affà li bagne,

ma pinzète ca tenème tànda puvurtè

c'abbisàgne cunfòrte e bòna caritè.

 

Ma jè vuje tròppe bène a stù pajàse,

e pure stavòdde vi lève la maledizziàne,

ma, abbàte avvì, nin'vi scurdète la lizziàne.

 

S'é calmète Micchilèle…s'agginòcchie li cafìne,

e mèndre abbruvugnìse stànne tutte zètte

vènde … silìstre … e scòppe la matèzze.

 

Ariscènnene li cafìne pi la vì' dill'Aragàne,

arisàje lu Suànde dèndra a la cappèlle,

e suddusfuàtte a'ricchiàppe la sbambatèlle.

 

Da stù fuàtte ci'à èsce 'na murèle:

'nzì prèghe pì 'nderèsse sulamènde,

ma pure pì ògne anèma'nnucènde.

domenica 1 agosto 2021

Di quello che chiamano il porto di Histonium

 


Bene fa il Prof. Davide Aquilano a destare curiosità in merito a strutture di epoca romana sommerse in località "Trave", tuttavia se posso aggiungere qualcosa in merito, oltre che ritenere che non si debba parlare di strutture portuali, evidenzio che già nel 1616 si discuteva in merito a quel luogo.

Io mi chiedo: "dove sono il lavatoio ed il carcere?".

martedì 20 luglio 2021

Il Vasto ...



... have il mare a levante nell'equinottio però l'Isole di Tremiti, e d'inverno il Monte Gargano, in mezzo giorno la provincia Daunia, o vogliam dire Capitanata col Contado di Molisio e si scoprono per trenta miglia amenissime collinedi quel paese, da ponente ha la Maiella, da settentrione la Marca Anconitana: è distante dal mare uno terzo di miglio, e tutto lo spatio si è tra la marina, e le mura della terra, è pieno di delitiosi giardini con fontane, che scendono persino al lido si rendono pur troppo dilettevoli a riguardanti. Tra levante, e mezzo giorno ha il mare arenoso molto comodo per la pesca, e quel territorio è tutto pieno d'oliveti, e di vigne.

Dall'altra parte verso settentrione il lido è ingombro di grossi scogli, onde il mare è profondissimo per accomodo di naviglij, come anche per pescagioni; quel territorio ha lunghi piani per lo spazio di tre miglia, e da per tutto si vedono olivi, e vigne per sino al territorio di Monteodorisio. Ha il terreno molto fertile di grano, di vino, di oglio, e d'ogni sorte di frutti, le melarance ne' giardini sono tali, che non cedono a quelli di Puglia. Nel luogo dove si dice Vignola vi erano anticamente giardini di cetri.

I fichi vi cominciano da mezzo giugno, e durano quasi per l'ultimo di novembre, i più saporiti, che possano trovarsi, affermando tutti, che non v'ha luogo almeno in Apruzzo, che ne sia tanto copioso. Li fichi chiamati Gentili sono cresciuti a tempi nostri, perchè da venticinque anni in qua, ciascuno ha procurato di piantarne, e le piante sono quasi tutte venute daun'arbore, che stava nel giardino di Gio: Tommaso Gennaro a Santa Maria delle Grazie.

Chi può contare le sorti delle pere, e delle mele tutte esquisite. Vi sono delle Ciregie d'ogni maniera, e fra l'altre alcune introdotte dal Sig. Marchese di Pescara chiamate le ciregie d'Ischia, che sono assai più grosse, e belle delle altre.

Tra le sorte d'uve se ne vede una, che fa grappoli meravigliosi crescendo l'acino a forma di ovo di colomba, e queste vite sono viste la prima volta nella Vigna di Stefano del Monte hoggi posseduta dagli eredi di Gio: Battista Ricci nella contrada di San Biagio.  

Vi è una specie di Basilico a guisa di Bietola, bastando, in una testa, se ne ponga una fronta sola, e cresce nelle foglie, e nel pedale in guisa, che ciò è una meraviglia. Questa sorte di Basilico si vidde la prima volta in casa mia, ne so come ci capitasse nell'anno ... ben mi ricordo 1638.

Vi sono Garofali di molte specie, e tutti bellissimi.

I Padri Cappuccini ... (per oggi basta)

domenica 11 luglio 2021

Vasto e la Casa del Fascio.


A grande richiesta: "La Casa del Fascio" a Vasto! 

L'argomento ha già suscitato discussioni e commenti su facebook. I "ragazzi" non potranno mai riconoscere il luogo se non osservando cartoline ed immagini d'epoca. Faceva parte del quartiere scomparso dopo la frana del 1956 ed era posta di fronte a Palazzo d'Avalos.

Sul palazzo del marchese è posta una lapide che non ricorda direttamente la Casa del Fascio ma il palazzo nella quale questa era allocata.

Spero che questa immagine, tratta da un archivio storico cittadino, non sia considerata "apologia" ma semlicemente "storia". 

venerdì 9 luglio 2021

Le frane di Vasto


La città del Vasto ha subito sempre rovinose frane. Quella nella foto risale al 1942. 
Lasciatemi però dire che, metaforicamente, la frana più grave è quella politica che stiamo attraversando in questo periodo. 
Cari concittadini, la terra sotto i piedi ci manca già da tempo ma ora è il caso di stare molto attenti.

In merito alla foto, tratta dall'archivio Ciccarone, lascio al lettore il compito di riconoscere il luogo. E' molto facile ma in tanti non arriveranno a riconoscerlo. Magari guardando quella di sotto ...
 


lunedì 21 giugno 2021

Nuntio vobis gaudium magnum


 ... e il Toson d'Oro ha finito di esistere.


Si poteva almeno cercare una nuova formula ma a Vasto non ... (continua).

venerdì 15 gennaio 2021

L'articolo di un "vastarolo" su un "vastarolo" a favore di Vasto.

 


Il buon Espedito Ferrara scriveva, ormai tanti anni addietro, un simpatico articolo su Francesco Cicarone. Se avete letto il post precedente, leggete e trovate la differenza.

lunedì 11 gennaio 2021

Il peggior difetto di Vasto

 


Chi viene a Vasto e si guarda intorno, se non si accorge di alcuni particolari dovuti ad incuria ed abbandono, non può che pensare: "questo luogo è un paradiso". Del resto lo diceva già Serafino Razzi (da non confondere con Antonio) nel 1575 *.  Eppure, come si usa dire, i guai della pentola li conosce il coperchio.

In questi giorni, mi è capitato tra le mani un volume del dizionario biografico dedicato alle genti d'Abruzzo e incuriosito l'ho sfogliato alla ricerca di personalità "vastarole".

Attratto dalla figura di Francesco Ciccarone ho cominciato avidamente a leggere le due pagine a lui dedicate e, manco da dirlo, sono rimasto "sbigottito". Sbigottito dalla superficialità impiegata dall'autrice dell'articolo nel descrivere il personaggio, se non il più importante, sicuramente uno dei più importanti della città del Vasto nel 900 e non solo.

Invece di cercare notizie e magari approfondirne la conoscenza, la redattrice già sulla prima pagina, si dilunga sulla figura di Gabriele D'Annunzio, riportando le parole che il Ciccarone aveva dedicato al Vate ma che poco incidono sulla storia e sulla figura di colui che fu eletto Deputato del collegio di Vasto nel 1904.

Nella seconda pagina invece la "scrittrice" si sforza di denigrare un volume di memorie, scritte di getto e mai rilette, dallo stesso Ciccarone negli ultimi mesi della sua vita, e su chi ha provveduto, magari maldestramente, alla sua pubblicazione. 
Invece di occupare spazio nel volume di una opera destinata ai posteri scrivendo queste cose che magari potevano trovare spazio in un "giornaletto" locale, poteva descrivere "il Nostro" con argomentazioni assai più valide. 
Come la stessa "scrittrice" evidenzia, Ciccarone si affida ad una prosa stentata perchè non è uno scrittore, ma, potrei aggiungere io, solo perchè non ne ha avuto il tempo necessario.

Il colpo di grazia, poi, al "Vastarolo" Francesco Ciccarone è stato lo scrivere: "Uomo di non vasta cultura". Avete mai visitato la sua biblioteca?
Lasciamo perdere l'aggettivo "vasta" che associato al nome della nostra Città aprirebbe spazi immensi di discussione e evidenziamo che il "buon Francesco" leggeva i classici inglesi e fracesi in lingua originale, aveva imparato la lingua tedesca e, tra l'altro, aveva tradotto il "David Copperfield" direttamente dall'inglese al tedesco ... e si potrebbero aggiungere e ostentare tanti argomenti che testimoniano la sua "non vasta cultura", ma ne lascio la descrizione alle parole trovate in un trafiletto dell'epoca che si conclude apprezzando Francesco Ciccarone con "La sua molta dottrina e la sua grande bontà".

Ora mi chiederete: "ma qual'è il peggior difetto di Vasto?" Possibile che non ci siate arrivati?



* Il Vasto: Terra deliziosa, che già era chiamata una picciola Napoli, risiede in sito basso, rispetto a gli alti monti che gli stanno alle spalle: ma alto però e rilevato in comparazione al mare che gli sta davanti, e vicino circa mezzo miglio.
Abonda questa Terra di ogni bene, di pane, di carne, di pesce, e d’uova. Et il vino ciò in tanta copia che ciaschedun’anno se ne caricano assai barche per Ischiavonia, per Vinezia e per altri luoghi. E con tutto che siano vini preciosi, sono nondimeno per lo più del tempo a bonissimo mercato.





lunedì 14 dicembre 2020

Calcio Femminile. A proposito ...


Aspetto che qualcuno mi traduca dallo spagnolo questo articolo apparso nel settembre 1968, sulla rivista argentina Histonium, edita dal nostro concittadino (mecenate) Carlo Della Penna.

Sono stato attratto dalla foto, soprattutto dall'abbigliamento delle calciatrici ma penso che l'argomento sia assai più ... profondo.

venerdì 27 novembre 2020

PALAZZO DE NARDIS-CICCARONE TRA STORIA E RICORDI DI FAMIGLIA


 (di Maurizio Ciccarone)

Il Palazzo “de Nardis-Ciccarone è ubicato in corso del Plebiscito 34. Il nome della strada fu cambiato dopo l'unità d'Italia, essendosi svolte in questa via, in un basso edificio non più esistente di fronte al Palazzo,  le operazioni di voto per l'annessione  del Regno delle Due Sicilie al Regno d' Italia. Il vecchio nome della strada e del quartiere adiacente era via San Giovanni, da una chiesa di tale nome, che si trovava nei paraggi, nei pressi dell’incrocio con l’attuale corso Dante, più o meno dove fino ad alcuni decenni fa, come ricordano i vastesi diversamente giovani, esisteva una farmacia che era originariamente Farmacia d’Ettorre, essendo stata stata successivamente, dopo la morte del titolare, acquistata dal dottor Leone, venuto a Vasto dal Molise e più precisamente da Guglionesi,  era  diventata Farmacia Leone. In quella zona di Vasto vi erano allora vari luoghi di culto, specialmente conventi: vi era quello di Santo Spirito, ubicato dove si trovano attualmente il Teatro Gabriele Rossetti ed il nuovo parcheggio di via Aimone, che occupa quello che era il chiostro del monastero, il convento del Carmine, dove per un certo periodo operò un liceo, istituito per interessamento dei d'Avalos e tenuto dai Padri Lucchesi; esso fu chiuso poi con la soppressione degli ordini religiosi sotto Gioacchino Murat, il monastero dei frati ospitalieri di san Giovanni da Gerusalemme, ordine dedito alla cura dei malati ed all’accoglienza di eventuale pellegrini, passato poi ai domenicani, trasformato successivamente in Palazzo dai Rulli con l’annessa chiesa, dedicata attualmente a Santa Filomena, ma chiamata dai Vastesi Genova-Rulli, il convento di Sant' Antonio di cui fu Priore un de Nardis, componente della famiglia che costruì il palazzo de Nardis-Ciccarone; egli decorò la chiesa, unica parte del monastero ancora esistente, con dei riquadri in stucco che si possono tuttora osservare; il convento annesso, fu poi trasformato ed adibito  prima a Sottoprefettura, successivamente fu sede dell'Istituto Tecnico Commerciale, tale edificio occupava il sito dove si possono ora visitare le Terme Romane. Il quartiere occupa la parte centrale dell'antica Histonium; tipicamente romano è l'impianto urbanistico  con strade ampie e diritte gli incroci ortogonali delle strade, resti di “opus reticolatum” sono visibili verso la fine di via Anelli, posta a sinistra di chi osserva la facciata del palazzo ed in varie altre parti del quartiere. Di fronte al palazzo, al di là di alcuni bassi edifici, correvano le mura  della Vasto medievale, fatte costruite da Giacomo Caldora, allineate, verso Nord, lungo la linea che va dalla torre Damante a quella di Santo Spirito ed a Sud verso il castello.

  Sotto il piano stradale di corso Plebiscito, davanti al palazzo e subito al di qua delle mura, vi erano dei magazzini dove veniva conservato il frumento  ed altri generi di prima necessità,  venivano per questo chiamate fosse del grano; queste furono adibite successivamente a cantine dai proprietari dei palazzi situati all’altro lato della strada. Quando il comune costruì la rete idrica, una semplice conduttura di piombo che passava al centro della strada sopra tali fosse, il tubo sospeso nel vuoto si ruppe, allagando tali locali ed imbibendo le fondamenta del palazzo, mettendo così a repentaglio la staticità dell’edificio che dovette essere puntellato. Successivamente il Comune, condannato per i danni provocati, si  accordò per pagare le spese per i lavori necessari a riparare lo stabile dai danni provocati.

 Il palazzo venne costruito nel Settecento dai De Nardis appartenenti ad una ricca famiglia, originaria di Barete nell’Aquilano, e si era qui trasferita assieme a dei loro parenti i Trecco, essi acquistarono anche verso l’Incoronata dei terreni nella contrada che da loro prende il nome di Villa De Nardis.

  Come scrive nelle sue memorie Francesco Ciccarone, la nostra famiglia e, specificatamente Francesco Paolo Ciccarone, sicuramente non si sarebbe mossa da da Scerni, se non ve lo avessero spinto dissapori familiari con alcuni cugini e tristi fatti che insanguinarono la sua casa, quando due suoi germani Cassiodoro e Giuseppe furono uccisi dai fratelli Prassede ed egli stesso corse tale rischio. Il duplice omicidio fu eseguito su commissione dei Marchesi d’Avalos, nel fallito tentativo di impossessarsi  di alcuni documenti inerenti una causa che li vedeva contrapposti al comune di Scerni per la proprietà di alcuni terreni. Questi fratelli avevano già trucidato il notaio Boschetti di Cupello, presso la cui abitazione in un primo momento pensavano si trovasse il documento. Questo in realtà era nelle mani della nostra famiglia e venne poi consegnato al prefetto di Chieti, cosìcchè la lite, che tanti lutti aveva provocato, si chiuse felicemente per il comune di Scerni. 

  L'intenzione  di non muoversi da Scerni  è avvalorata d’altro canto dalla decisione presa poco tempo prima di tali avvenimenti, da parte Francesco Paolo Ciccarone, di acquistare lì, proprio dai d’Avalos, il palazzo-castello marchesale ancora esistente e riconoscibile da una torre angolare con un bel balcone in ferro battuto; i marenghi necessari all'acquisto, avvolti in un rotolo, erano stati rinchiusi in cassaforte da don Cassiodoro prima di andare a dormire. Sentendo poi nella notte dal piano sottostante dei rumori , egli si mosse dalla camera da letto e si trovò così di fronte uno dei Prassede, che nascosto aveva osservato dal di fuori le mosse del sacerdote, il malvivente lo freddò; dopo averlo ucciso essi si impadronirono delle monete d'oro, ma non riuscirono a trovare le carte che cercavano.

  Trasferitosi  Francesco Paolo a Vasto, non ebbero fine le persecuzioni da parte dei  Prassede, che più volte cercarono di aggredirlo, una volta addirittura a Roma, dove uno di essi lo aveva seguito. Due dei fratelli furono alla fine arrestati e giustiziati a Chieti, dove erano stati rinchiusi: I parenti degli uccisi furono invitati all'esecuzione; al contrario della vedova del Boschetti che seguì il triste spettacolo da una finestra, il nostro trisavolo non volle andarvi.

  L'ultimo dei fratelli Prassede fu ucciso dal superstite fratello, Francesco Paolo che, informato del fatto che l'assassino si aggirava a Vasto nella zona di Santa Lucia, allora piena campagna, vi si avviò, accompagnato da  Isidoro Barbarotta, esimio cacciatore. Arrivarono verso il luogo dove l’assassino era stato avvistato, e si appostarono a poca distanza l'uno dall'altro. Avvistarono il Prassede, nascosto con la sua arma dietro un albero; partirono, quasi simultaneamente tre colpi, due dei quali andarono a segno, uccidendo l'assassino.

  Si stabilì quindi a Vasto, lasciando affidata la cura dei propri interessi a Scerni al fratello superstite Antonio Maria; Francesco Paolo, che aveva nel frattempo sposato Michelina Volpe di Calascio, prese casa dapprima a Palazzo d’Avalos nel mezzanino sopra l’attuale museo, occupato fino ad alcuni decenni fa dai Di Michele, successivamente vicino a piazza Caprioli al Palazzo Celano poi Pantini, successivamente a palazzo Barbarotta nell'omonima via. Vissero per un certo periodo anche in via Vittorio Veneto in un edificio all’angolo con via Giulia,  dove nel 1821 venne alla luce il primo Ciccarone nato a Vasto, mio bisnonno Silvio. Questa casa venne poi ceduta da nonno Francesco che vendette in seguito anche alcuni terreni lì intorno, lungo via delle Croci.

 Finalmente nel 1823 fu acquistata gran parte della casa in via Plebiscito da Antonia de Nardis, ultima componente di tale famiglia; l'edificio era allora molto diverso da come si presenta attualmente, il secondo piano era molto più basso; come ancora si può vedere in via San Francesco, non sopravanzava la linea di grondaia ancora visibile al di sopra della chiesa di San Teodoro; osservando attentamente la parete si scorge come accanto alle finestre del secondo piano il muro sia stato scalpellato per buttar giù la vecchia grondaia e sopraelevare il secondo piano; guardando da una certa distanza la facciata si può poi osservare come sopra la parte centrale ci sia un soppalco fatto eseguire da Francesco Paolo Ciccarone per costruire un grande salone con una volta molto più alta di quella delle altre camere. Tali lavori furono realizzati una ventina di anni dopo l’acquisto e furono completati con la sostituzione della scalinata, precedentemente più semplice e posta vicino al portone d’ingresso, con quella attuale più imponente e scenografica; tale modifica portò alla necessità di realizzare delle scale al di là dei portoncini di ingresso del primo piano ed il sacrificio degli stucchi che decoravano le volte. Tali lavori dovevano conferire all’edificio un aspetto di solennità che fosse un segno tangibile della posizione economico-sociale raggiunta dalla famiglia.

  Francesco Paolo ospitò lì per vari anni il nipote Pompeo Conti Ciccarone, futuro sindaco di Vasto, rimasto orfano della madre Giustina Felicia, morta di parto, e del padre, un Conti originario di Carunchio; egli si addottorò all’Aquila e svolse poi la professione di avvocato.

  Nonno Francesco nelle sue memorie racconta  come, prima di tali lavori, quasi tutta la parte che occupa attualmente il secondo piano erano veri e propri soffitti, adibiti addirittura a pollaio e deposito di cose vecchie ed ingombranti, salvo una piccola parte dove esisteva anche una stanza, adibita attualmente a biblioteca, che costituiva la camera da letto dell'arcidiacono de Nardis. Si racconta che, nella notte che precedette la sua morte, queste camere, dove egli era rimasto solo, venissero svaligiate da alcuni vicini di casa che riuscirono a penetrare dai tetti.

 Francesco Paolo Ciccarone, noto carbonaro, che aveva partecipato anche agli ordini di Ettore Carafa, alla difesa della Repubblica Partenopea alla fortezza di Pescara, per le sue risapute idee liberali era tenuto d’occhio dalla Polizia borbonica che più volte visitò, in seguito alla delazione di personale di servizio, il Palazzo alla ricerca di documenti compromettenti, ivi custoditi,  che fortunatamente non furono mai ritrovati. Egli partecipava alle riunione segrete che si tenevano nella rivendita, come venivano chiamate le sedi  carbonare, che a Vasto era  ubicata nei vicoli di Santa Maria, alla presenza degli affiliati di Vasto e dintorni. Egli era stato anche condannato al confinio all’isola di Lipari, da cui lo salvò l’amnistia con cui Ferdinando II volle iniziare il proprio regno dopo la morte di Francesco I.

 La casa divenne in seguito con il figlio Silvio, iscritto alla Giovane Italia, una delle sedi dei convegni segreti dei patrioti della Provincia; di lì si mossero quei Vastesi che, alla notizia che Garibaldi si avviava a grandi passi verso Napoli, superando le esitazioni e le paure che frenavano i liberali degli altri centri della regione che non ritenevano  prudente muoversi, prima che la situazione non si fosse stabilizzata. Giunti alla sede della sottoprefettura essi la occuparono, abbatterono le insegne borboniche e chiamaromo da Paglieta a dirigere la sottoprefettura Decoroso Sigismondi. Vasto fu cosi la prima città abruzzese ad insorgere nel nome di Vittorio Emanuele II e Garibaldi, Silvio Ciccarone venne nominato prodittatore, come venivano chiamati i rappresentanti di Garibaldi nei governi provvisori locali.

 Fu allora, con l’unità d’Italia che il Palazzo assunse a sede di molti dei più importanti avvenimenti della storia cittadina, accogliendo personalità protagoniste della politica nazionale. Tra i primi ci fu il marchese diVillamarina, plenipotenziario di Vittorio Emanuele II  per il Regno di Napoli, dove, nel Palazzo Reale rimase, per controllare la situazione durante i primi tempi dopo l’annessione, mantenendo i rapporti con Cavour e dirigendo la  vita politico-amministrativa nelle regioni occupate. Dovendo tornare a Napoli; dopo un abboccamento con il Re il Villamarina passò per Vasto, dove fu accolto in casa dalla mia bisnonna Maria Cardone e dalle sue cognate, essendo il marito assente, impegnato come maggiore della Guardia Nazionale negli scontri con le bande di briganti che, finanziate ed aiutate dai Borboni e da Pio IX infestavano, taglieggiando, compiendo stragi  e provocando disordini il Vastese, come tutto il Meridione. Nell’archivio di famiglia c’è una lettera di nonna Maria che racconta, in una lettera al marito, delle calorose accoglienze riservate all’illustre ospite e, di come il Villamarina, acclamato a gran voce dal pubblico raccolto davanti casa, si mostrò ad esso dal balcone sopra il portone per parlare alla folla lì raccolta; molti dei presenti portavano sui cappelli  la scritta SI, che era il simbolo che bisognava votare da parte di coloro che erano favorevoli all’annessione al Regno d’Italia. In quel periodo la casa divenne un importante punto d’incontro; vennero ospiti il generale Alfonso Lamarmora, comandante in più occasioni dell’esercito piemontese e presidente del consiglio prima del Regno di Sardegna e successivamente del Regno d’Italia, Ruggero Bonghi, parente della padrona di casa Maria Cardone, scrittore, giornalista e politico, autore della più conosciuta traduzione delle opere di Platone, professore universitario di Storia, Latino, Greco e di filosofia e futuro ministro della Pubblica Istruzione. La presenza più assidua comunque, fu senz’altro quella di Silvio Spaventa, amico fraterno di Silvio Ciccarone e venerato dal figlio Francesco  e da tutti i familiari. Sono raccolte nell’archivio di famiglia, e sono state più volte pubblicate, le numerose lettere che i due Silvi si scambiarono lungo un lungo arco di tempo, lettere nelle quali si parla, oltre che dei problemi politici di quel tempo, sia locali che nazionali, anche di tutti quegli argomenti di cui due amici comunemente discutono, come malanni,  preoccupazioni e vicende familiari.   Non essendo ancora a quel tempo i partiti organizzati con sedi ed organigrammi, le riunioni politiche si svolgevano nelle case dei personaggi più autorevoli, nel caso di Vasto e del vastese in casa nostra, dove i liberali locali erano orgogliosi fare la conoscenza e di  un personaggio del calibro di Silvio Spaventa per far posto al quale mio bisnonno aveva rinunciato a candidarsi di persona.

 Si trovava a casa, fino a quando venne sciolta il comando della Guardia Nazionale, che occupava tra uffici ed armeria tre grandi camere al primo piano poste tra corso Plebiscito e via Anelli.

 Altro ospite di riguardo negli anni successivi, fu Leopoldo Franchetti, fermatosi  a Vasto per parlare con mio bisnonno Silvio, nell’ottobre del 1873, nel corso di uno dei suoi lunghi viaggi-inchiesta sulla situazione delle provincie meridionali o, come si diceva allora, napoletane.

 Si conservano nell’archivio importanti documenti riguardanti gli avvenimenti politici di Vasto, anche di quando Silvio Ciccarone, avanti con gli anni, stanco ed amareggiato della situazione politica locale e nazionale decise di passare il testimone al figlio Francesco.

 La situazione nel ‘900 era comunque cambiata e la gran parte dell’attività pubblica, soprattutto dopo la sua elezione al parlamento, si svolgeva a Roma, dove con la moglie Rosa Marcantonio e tutta la famiglia si era trasferito e dove nacquero mio padre ed alcuni dei suoi fratelli e sorelle. Oltre che a casa nostra poi, molte riunione si cominciarono a svolgere nelle case delle famiglie più autorevoli dei paesi del collegi elettorale. La casa si riempiva poi di gente quando mio nonno tornava periodicamente da Roma, dove si era trasferito per partecipare ai lavori del paramento. La calca era tale, mi raccontavano che oltre che per le scale molte persone  dovevano prima aspettare nel cortile e per strada. Mio nonno li riceveva nel suo studio in una stanza che noi chiamavamo la loggetta per la presenza di un piccolo terrazzo esposto a SUD. Varie camere della casa avevano  il loro nomi, c’erano così: la camera della carezza che deve il suo nome per un sogno in cui mio zio disse di aver visto uno sconosciuto che lo accarezzò e gli disse la data della sua morte che lui dimenticò subito, la galleria dove si svolgevano cerimonie ed avvenimenti importanti, la camera Pompeiana, il salottino verde e così via.

 Mio nonno Francesco ampliò notevolmente la biblioteca, ricca ora di  circa ventimila volumi, alcuni rari, che ci venivano a volte richiesti per motivi di studio, molti in edizione originale, incunaboli e manoscritti,  fascicoli di quotidiani e riviste di epoca, dedicando ad essa due ampie camere. Per l’arredamento di tali locali, con mobili fatti su misura da artigiani appositamente venuti dalla zona di Pescara, mio nonno si ispirò alla biblioteca del castello di Miramare a Trieste. La casa, dopo che mio nonno decise abbandonare la vita parlamentare, rimaneva vuota per lunghi periodi. Durante gli studi mio padre,  mio nonno, i miei  zii  e zie  vissero lunghi periodi a Napoli e successivamente a Bologna durante gli anni universitari. Durante la seconda guerra mio padre, che era stato riformato alla visita di leva per una pregressa osteomielite ad un piede e quindi non era partito per la guerra, fu convinto dal prefetto a fare il podestà, nonostante fosse stato, dopo essere stato segretario, estromesso, all’inizio degli anni 30 dal  partito, per contrasti con i gerarchi locali (per lui, prima che al partito, bisognava rispondere alla propria coscienza). Veniva spesso a casa in quel periodo il tardo pomeriggio a far visita Romualdo Pantini il quale, quando gli fu riferito che da alcune ore era nato mio fratello Bruno volle vedere il neonato e con il suo facile verseggiare compose lì per lì una poesia per l’evento. Gli ultimi mesi dell’occupazione tedesca papà rimase solo in casa, essendosi il resto della famiglia trasferita in una casa di campagna a Scerni, insieme alle famiglie Nasci, Cardone ed alcuni parenti  di Spataro, che rimasero poi con noi anche dopo il ritorno a Vasto. In quel periodo mio padre pranzava a casa dei Del Frà dove c’erano solo i fratelli Giovanni e mastro Peppe, essendo stata anche la loro famiglia allontanata da Vasto. Quasi tutti i giorni si incontrava con Don Felice Piccirilli, iniziò così allora quel rapporto prima di reciproca stima e poi di amicizia che li legherà per tutta la vita.

 Da casa mio padre quando si capi che i tedeschi si stavano ritirando, si mosse con molti altri cittadini vastesi per andare incontro alle truppe alleate riuscendo a convincerle che Vasto era stata evacuata ed evitando così il bombardamento che stava per avere inizio. Durante l’occupazione alleata la nostra casa, come molte altre a Vasto e come la nostra villa in contrda Palombari,  fu  in gran parte requisita per ospitare le truppe alleate, con la quale la mia famiglia ed i parenti ospitati dovettero condividere il palazzo. I militari si aggiravano per la casa  senza nessun riguardo ed attenzione e procurarono numerosi danni ai mobili, alle tappezzerie, i rivestimenti ed oggetti di valore.

 Nel secondo dopoguerra, si svolsero in casa molte delle riunioni e discussioni politiche tra mio padre riguardo ai problemi amministrativi come la costituzione del consorzio di bonifica. Anche mia zia Giulia, allora delegata regionale dell’azione cattolica, che era praticamente allora con i comitati civici una succursale della Democrazia Cristiana. Le riunioni divennero giornaliere con l’elezione a sindaco di mio padre, soprattutto dopo la creazione dell’associazione civica “il Faro”, che costituì con il PCI la prima amministrazione di centro-sinistra a Vasto.

 Io ero in quel periodo  a Macerata in collegio, ma ricordo nei periodi in cui tornavo a Vasto la casa era sempre piena di gente: ricordo tra i più assidui Ettore Del Lupo, Don Vincenzo Pomponio, il professor Angelo Matassa, il dottor Leone de Liberato e molti altri  amici e sostenitori. Fu in quel periodo che venne in casa, invitato a pranzo l’onorevole Giovanni Leone, qualche mese prima della sua elezione a Presidente della Repubblica, venuto a Vasto come avvocato difensore di un consigliere comunale Leone De Liberato. Tale venuta a Vasto di Leone e l’invito a pranzo in casa nostra non fu priva di polemiche nell’ambito cittadino, assieme al fatto che fosse uno dei massimi esponenti della Democrazia Cristiana a difendere un rappresentante del Faro allora, a livello locale, acerrimo nemico del partito di maggioranza. Le polemiche, che al nostro giorno potrebbero sembrare strane, possono ben comprenderle le persone che di quegli avvenimenti furono autori o spettatori.

 Nel Palazzo, ci sono, oltre alla biblioteca e fotografie  di importanti avvenimenti ed all’archivio storico,  catalogato e vincolato, cimeli vari, alcuni dei quali al momento in deposito a Pescara al Museo delle genti d’Abruzzo,  armadi pieni di numerosissimi fascicoli  contenenti documenti ancora da visionare, ordinare e catalogare relativi ai periodi in cui mio padre fu sindaco e quello in cui fondò e  diresse il Consorzio di Bonifica prima della nomina di Ettore del Lupo.

 Il palazzo si compone di un piano terreno, un primo ed un secondo piano al di sopra del quale vi è un altro piano più piccolo, non visibile dalla strada sovrastato da una torretta, abbastanza comune nei vecchi palazzi vastesi, con il pavimento formato da lungo tavoloni di legno, che serviva per conservare frutta, formaggi, salumi conserve ed altra roba. Nell’ambito dell’edificio c’è una chiesa, fatta costruire dai De Nardis, essa era dedicata ad uno sconosciuto martire delle persecuzioni al tempo dell’imperatore Diocleziano, a cui fu dato il nome di Teodoro (dono di Dio) e vi era sopra l’altare maggiore un urna con il suo corpo, ora trasferito alla chiesa del Carmine. Esso fu per alcuni anni  prima d San Michele il protettore di Vasto per tale motivo il suo nome era a Vasto discretamente diffuso. Negli anni sessanta mio padre assieme ai fratelli e le sorelle decise di acquistare una parte del palazzo comprendente varie stanze di proprietà della curia, per l’occasione furono fatti lavori per rendere eleganti ed accoglienti tali locali.

 Mio padre verso la fine del secondo mandato sindacale decise di ristrutturare il villino Cardone in contrada Palombari per trasferirvisi con la propria famiglia. Fino ci trascorrevamo solo l’estate per tornare al Palazzo ad autunno inoltrato. Rimanevano lì le mie zie, zio Antonio, e quando venivano a Vasto zia Maria e più frequentemente zio Peppino con la sua famiglia. Durante gli ultimi tempi della malattia di zio Antonio di tanto in tanto venivano a trovarlo i colleghi della facoltà di Agraria di Bari, specialmente quelli dell’Istituto di Patologia Vegetale che egli aveva istituito ed elevato a grande prestigio, specialmente per quanto riguardava le colture tipiche mediterranee. Venivano anche a trovare le mie zie,  specialmente zia Giulia, oltre che i numerosi nipoti, i colleghi della scuola magistrale di Pescara ed i ragazzi con cui si riuniva per organizzare le numerose attività dell’oratorio della Parrocchia Chiesa della Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo di San Salvo Marina. Nei nostri discorsi dicevamo Vasto, quando ci volevamo riferire al Palazzo in corso Plebiscito ed il Barone Cardone quando ci si riferiva al Villino di contrada Palombari.

 Il palazzo rimaneva comunque la sede, la nostra vera casa; lì eravamo nati, lì eravamo cresciuti ed aperti al mondo. Del resto era al Palazzo che si tornava nelle solennità a Natale, A Pasqua nelle solennità  e nelle occasioni liete e tristi che tutte le famiglie sogliono attraversare. Ricordo li ci riunivamo per le festività natalizie, eravamo a volte quaranta e più persone, c’erano sempre con noi oltre che i fratelli di papà anche alcuni parenti di mamma, tra cui i Desiati con zio Piero e zia Liliana, a Natale ad una certa ora veniva a farci visita la famiglia Nasci. In uno dei saloni del palazzo fu allestita la camera ardente per la morte di mia madre e di zio Antonio con un continuo andirivieni di gruppi di persone. L’ultimo dei figli a risiedere li sono stato io che vi trascorsi con mia moglie i miei due primi anni dopo il  matrimonio.

La manutenzione del palazzo è attualmente molto onerosa e poco funzionale per una famiglia attuale; abbiamo varie volte accennato alle autorità comunali la prospettiva dell’acquisizione del palazzo che di tante vicende della vita cittadina è stata testimone; avrebbe inoltre la possibilità di conservare, dove attualmente sono custoditi, una biblioteca di circa ventimila volumi, di cui moltissimi rari, quando non unici, l’archivio attualmente esistente e da ampliare con i moltissimi importanti documenti lasciati da papà. Chi vivrà, vedrà.

martedì 17 novembre 2020

"Campania" Felix

Abbiamo distrutto il paradiso e ci lamentiamo pure? 

Ho visto un documentario su Capua e su l'area vesuviana, nel quale si evidenziava che, prima dello "sviluppo edilizio", quei luoghi erano così belli che venivano definiti "Campania Felix". Mi è subito venuta in mente la mia città.

Il "bello" di Vasto, oltre al mare, era la sua campagna. In nome della "emancipazione" della città (e dei suoi cittadini), l'abbiamo cancellata e ora ...

giovedì 12 novembre 2020

Antonio Ciccarone da Vasto


Noi di Vasto conosciamo solo le solite "pappardelle" che ci somministrano ogni tanto ma cosa sappiamo di "concittadini" che, al di fuori della nostra città, hanno saputo lasciare una impronta internazionale?

I Rossetti, i Palizzi, Spataro ... e poi?

Nella foto sopra, alla destra di Aldo Moro, col pizzetto argenteo, vediamo Antonio Ciccarone, luminare di Patologia vegetale, che a Vasto è praticamente sconosciuto.

Mi è sembrato doveroso ricordarlo e pubblicare questa foto nel mio blog.


 

martedì 30 giugno 2020

La differenza


La differenza tra me e voi sta nel fatto che quasi sicuramente non noterete, almeno a prima vista, il motivo per il quale pubblico questa immagine.
Specialmente in questo periodo in cui tutti abusano della parola razzismo e trovano in immagini come queste l'idea di una becera ideologia, questa illustrazione, una cartolina, porta l'osservatore a vedere cose dalle quali io non sono attratto e nemmeno me ne rendo conto. Voi guardate le ragazze, noterete il loro seno scoperto, qualcuno noterà uno sguardo fiero, qualcun'altro uno sguardo triste. Qualcuno noterà i costumi tipici, altri gli ornamenti, altri ancora i piedi nudi ... insomma tanti particolari.

L'osservatore che non è attratto dalle persone si chiederà cosa significa Giriama? Per questo basta digitare la parola Giriama per trovare la risposta.

Io sono stato attratto da un solo particolare: l'ombrello. Solo per quello ho pubblicato questa cartolina.

Adesso condividerò questa "figura" su Facebook e vediamo cosa succede.

Mi viene da ridere. Facebook ha risposto:

Il tuo post viola i nostri Standard della community in materia di nudo o atti sessuali

sabato 27 giugno 2020

Rom caffè, Radio CGE e Farmacia Savelli

Ieri sera, mentre degustavo una buona pizza sul lungolare a "San Salvo", ho visto passare una enorme macchina puliscispiaggia. Mi sono ricordato di quando ero bambino e, all'alba, nella casetta dei nonni alla Marina, venivo svegliato dal "clo clo clo", il rumore caratteristico di quel tipo di attrezzatura.
Tanti anni dopo ho rivisto quella macchia "buttata" dietro i capannoni che il "Comune" tiene in via San Leonardo. All'epoca mi dissero che anni prima si era guastata e non avevano trovato i soldi per ripararla e quindi l'avevano destinata alla demolizione.
Ieri a San Salvo ho riascoltato quel "clo clo clo" e oggi in spiaggia alla Marina ho fatto caso al modo in cui la sabbia viene "curata". Uno scempio. Per decenza non pubblico foto (almeno per ora).
Pubblico invece una cartolina del centro di Vasto quando questa poteva vantare il titolo di Città e guardava al futuro.

La chiesa, il palazzo e il monumento ai caduti. Il Bar, il negozio e la farmacia. Tutto come un qualsiasi "paesotto" direte voi. Io dico che Vasto aveva molto di più. Aveva l'idea di futuro. Basterebbe leggere i pieghevoli pubblicitari inerenti la stagione balneare di "quei tempi" per accorgersi della differenza tra Vasto e un paesotto. 
Ora però da qualche anno la situazione si è ribaltata. Vasto ha "superato" il futuro ed è precipitata in una regressione profonda. In principio fu il centro storico, martoriato e abbandonato. Piani regolatori scriteriati che non hanno tenuto conto di alcuna norma di pianificazione territoriale se non quella di "arricchire" analfabeti che con la scusa di avere un diploma, qualche appartamento e un po' di denaro gelosamente custodito (investire è una parola che non esiste se non arrivano soldi pubblici) hanno preso il timone e guidato Vasto verso lo sprofondo.
E si lamentano pure! Non si rendono conto che il guaio lo hanno generato loro per mancanza di cultura.

Io ho il diploma! Io ho la Laurea! ... non hanno capito che l'istruzione e la cultura sono cose diverse. L'istruzione, se ben utilizzata, è un mezzo per raggiungere la cultura ma non è la Cultura. Una cittadinanza colta non avrebbe ridotto la Città in queste condizioni. Gli ultimi sussulti di crescita si sono sentiti alla fine degli anni Settanta, quando ancora gente di Cultura c'era, dopo di che il nulla. 
Non entro nei dettagli e non torno nemmeno a parlare della spiaggia, tanto la potete osservare da soli.

Rom Caffè, Radio CGE e Farmacia Savelli. Aggiungete o togliete voi, a vostra discrezione. Giudicate. Cosa è cambiato (in meglio o in peggio) dall'epoca di questa cartolina?

sabato 9 maggio 2020

Anche le lapidi si distruggono ma a volte ...


C'é carenza di posti nel cimitero e si smantellano le "antiche tombe". Non ci si chiede di chi sono i resti nè si conservano memorie di una certa rilevanza in vita.

Luigia Lincio
Torinese:
diresse l'asilo infantile
e per più anni
le scuole elementari femminili di Vasto
... endabile
per operosità
per forte ingegno
prepotente costanza nell'insegnare
visse anni 35, morì a dì 8 aprile 1882
lascia di se
memoria cara e onorabilità
Francesco Cerella ed Ettore suo figlio
inconsolabili
posero questa lapide.

A differenza di altri, io mi sono incuriosito e mi sono chiesto: "una maestra di Torino a Vasto ad insegnare alle bambine delle elementari o a animare l'asilo infantile, che lingua parlava? Che sforzo immane ha dovuto fare questa donna in un periodo dove ancora si diceva nata in Torino di Savoia"?
Una donna che doveva ricoprire un ruolo assai importante per l'epoca, o no?
Se non fossi passato nel Cimitero mai avrei saputo di questa donna. 
Credo in qualcosa di "speciale". La "Maestra Luigia" ha voluto che in qualche modo, ancora per un po', la sua storia rimanesse nel ricordo di qualcuno.

Spero di trovare altro materiale sulla sua storia che reputo "importante". Per ora, l'amico Remo mi ha inviato la copia dell'atto di morte.



giovedì 7 maggio 2020

Festa della Madonna di Punta Penna


Domenica prossima sarà la festa della Madonna di Punta Penna. Niente scampagnata, niente processione sul mare, niente processione dal porto, niente bancarelle (mi chiedo come campino coloro che svolgono questa attività), niente giostre, niente spettacoli, niente fuochi, forse Santa messa in forma ridotta.

Almeno vi offro questa piccola raccolta di immaginette.

Quando fui Assessore ne ho regalate alcune, più belle e più "vetuste", ad una signora che collezionava santini e li esponeva in mostre didattiche in tutta Italia.
Non credo di aver commesso un errore. Volendo ne posso trovare altre.