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giovedì 20 ottobre 2022

Ci chiamavamo rigorosamente per cognome ...


Era l'anno scolastico 1969/70 avevo 14 anni. Era il 10 ottobre quando, timidamente entrai in classe, iscritto al primo liceo scientifico del collegio San Gabriele di viale Parioli a Roma. 
E' stato il 10 ottobre 2022 e ho partecipato ad una cena con molti dei miei "compagni" di scuola di allora.

Ritrovarmi in un ambiente che, aspetto fisico a parte, è rimasto identico ai tempi del liceo, con quello spirito "goliardico", che si ritrova in chi si è visto appena il giorno prima mentre invece sono passati 50 anni, è stata una sensazione fantastica, avvertita anche da tutti i presenti.  

Le strade si dividono ma visto che tutte le strade portano a Roma a volte, come in questo caso, ci si ritrova. Così vieni a sapere che lui è ... l'altro è ... tu dici che sei ... e così via ma a nessuno credo interessasse sapere cosa fossimo diventati piuttosto chi eravamo stati. E io che sono un collezionista di ricordi, con la mia tuta ginnica rigorosamente dell'epoca e una serie di notiziari carichi di foto, di nomi e di ricordi, mi sono ritrovato immerso, almeno per una sera, in una "epoca" impossibile da rivivere.

Un'epoca in cui ci chiamavamo rigorosamente per cognome, in un luogo che trasudava di storia. 

Mi fermo, altrimenti, preso dalla nostalgia, comincerei a parlare della storia di "quell'Istituto" frequentato da "nomi" importanti che a partire dai figli di Edda e Galeazzo fino al Premio Nobel Giorgio Parisi e poi ancora ...

... però se vogliamo parlare delle zie di Negrini che venivano a prenderlo il sabato dal vicino Piper, delle minigonne di Marina Ripa di Meana (all'epoca non si chiamava così), delle "donnine allegre" di via Taro, dei tramonti dietro il Cupolone ammirati dall'abbaino della mia camera, delle partite a ping pong con Roberto Giontella, degli scarpini di Guidi sul prato di Valle Giulia, delle ripetizioni di matematica assieme Giovanni Maucione e di tanti "nomi" e di tanto altro, si può fare. 

giovedì 22 settembre 2022

Il sorbo di Salamastra

 




La vettura saliva le scalette di Zia Rachele, stando molto attenta a dove metteva i piedi. Se trovava un buco, di qualsiasi dimensione fosse, si fermava finche nonno Paolo non lo riempiva. Aveva molta cura di se la vettura.

Una mattina di fine ottobre, ancora insonnolito, nonno Paolo mi caricò sul dorso della vettura e lentamente si incammino con essa verso contrada Salamastra, per raggiungere l’uliveto di famiglia. Questo era un posto speciale per la qualità dell’olio. Olio che si sarebbe ottenuto dalla mistura di olive, raccolte dalle diverse varietà di piante, sapientemente interrate nei secoli precedenti e ancora curate dai miei nonni con pazienza e memoria, proprio per ottenere un preciso e unico sapore. “Quass’è l’uje di Stobbene. S’aricanosce!” Avrebbero detto al frantoio e mio nonno se n’aripriave.

Erano da poco passate le quattro, era ancora notte e una fitta foschia ci avvolgeva. Mi distesi tra la sella e i baonzi e mi riaddormentai cullato dall’ancheggiare e dal lento scalpito degli zoccoli di Rosina.

Rosina era l’affettuoso nome che mio nonno aveva dato alla sua asina. In paese gli asini venivano definiti vetture o peggio, con disprezzo, ciucci. Mio nonno invece riteneva il suo animale come una compagna di lavoro e, se vogliamo, anche di viaggio nella vita. Non era raro sentirlo parlare con Rosina di storia o filosofia, dei “drammi” da Mario e Silla fino a Cadorna passando per Rosmini o addirittura Lombroso. E se qualcuno lo sfotteva dicendogli: “che ffì’, pèrle ‘nghi ll’asene?”  lui fieramente rispondeva: “almene àsse mmi’ sta à ssendè! Ti ni’mmi’ sìnde e ni’mmi’ ‘ndinde”.

Mi svegliai che albeggiava. Intorno, l’erba autunnale era coperta da un qualcosa di bianco, simile a grosse ragnatele. Dicevano fosse “la manna”, ma io non lo so, per certi versi mi faceva impressione. Non scesi a terra fino all’arrivo.

Raggiungemmo il luogo e già dopo un primo sguardo rivolto agli alberi, sul volto di mio nonno si accese un ampio sorriso. Cominciò il suo lavoro canticchiando canzoncine militari, di quelle che si cantavano nelle caserme, che lui aveva imparato durante i suoi due anni di leva a Palermo. Perfino era stato Caporale e se ne vantava. “L’unico periodo in cui sono stato rispettato”, diceva, “fu durante il servizio militare a Palermo”. Qui nonostante l’età, rimango sempre Pauluccio di Stobbene.

Intanto le ore passavano. Arrivati intorno alle dieci del mattino, almeno così diceva lui regolandosi col sole, decise che si doveva fare colazione. Aprì un fagottino con pane, formaggio, salame acqua e vino e preparò dei panini.

Avevo diffidenza a mangiare il formaggio perché avevo visto mia nonna mungere una pecora, con la testa, protetta da un grezzo foulard, appoggiata al sedere di questa e gli spruzzi di latte che riempivano un secchio di alluminio. Però, sarà stata la fame, da quel giorno sono diventato un appassionato estimatore di formaggio di pecora. Conservo gelosamente una serie di canestrelli di paglia che si usavano come formine, mi sono sempre riproposto di provare a fare il formaggio ma non ho mai cominciato e purtroppo dubito che lo farò.

Ripreso il lavoro, il sole aveva riscaldato l’aria e il bianco che ricopriva l’erba era sparito, m’intrattenevo con Rosina che, libera da ogni legaccio, aveva raggiunto un albero di fichi il quale era cresciuto spontaneo e sceglieva i fichi migliori. Ogni tanto mi guardava e con i suoi occhi sembrava che mi prendesse in giro. Aveva uno sguardo sorridente e appagato. Mio nonno intanto, vedendomi incuriosito, cominciò a parlarmi di una parabola del vangelo che parlava di un fico, di un padrone che voleva tagliarlo e di un servo che lo invitò a non farlo. All’epoca mi sembrò una favola poi crescendo ho riflettuto molto su quella parabola.

Quando il sole si era fatto caldo, si senti il suono di campane. Mi domandai come facesse ad arrivare fino a noi quel suono, giacché eravamo così lontani dal centro abitato, ma la curiosità svanì, dispersa nel profumo che proveniva da un tegame di terracotta che conteneva il cacioeovo che mia nonna aveva preparato la sera prima. Il rito dell’apertura dei fagotti, il movimento delle dita atte a sciogliere i nodi della tovaglietta sapientemente usata per proteggere i tegami e il profumo del loro contenuto, mi ha sempre affascinato. 

Mangiammo veloce poiché si doveva completare il lavoro e il sole correva veloce. Mio nonno era contento per l’interesse che mostravo a guardarlo ma era ancora più contento se, disinteressandomi di lui, mi dedicavo ad altro. “La vita del contadino è una vitaccia; Fatica, sudore e nessun rispetto”, ripeteva spesso, ma in quella occasione ero troppo piccolo per capire perché mi distraesse se mostravo interesse per li suo lavoro. Pensavo che mi ritenesse incapace e mi dispiaceva.

Passarono ancora un paio d’ore. “Dai che è tardi! Dobbiamo riavviarci”. “Ma, Nonno Pa’, è ancora presto!”. “Qui il sole si copre dietro la collina di fronte e fa notte subito. Noi dobbiamo tornare a casa. I Vecchi dormivano qui ma noi …”

Prima di ripartire, aprì un fazzoletto molto colorato di quelli che si usano per asciugare il sudore. Dentro c’erano dei semi. Mi disse che erano semi di sorbo e aggiunse: “piantali. Ci vorranno anni ma vedrai che ogni volta che passerai da queste parti, guardando la pianta che crescerà, ti ricorderai di questa giornata.

Completata l’operazione, dopo una scrollata alla terra rimasta sulle ginocchia, accompagnata dalle prime ombre della sera la vettura, guidata con maestria da mio nonno, s’incamminò lentamente verso casa.

All’imbrunire arrivammo alle scalette di zia Rachele. Mio nonno scese da sella dicendomi: “ce la fai a guidarlo da solo e raggiungere la casa?” Io entusiasta risposi di si. Lui si fidò.

 Vincenzo e Nicola, due monelli della contrada detta “Li Filanzire”, stavano giocando, lanciandosi in discesa, a forte velocità, con la loro carrozzella di legno montata su ruote a sfera ma vedendomi arrivare e conoscendo l’abitudine dell’asino, scavarono una buchetta sulla strada e puntualmente la vettura si fermò. I due ridevano ma io, senza scompormi, richiusi il buco. “Rosina andiamo!” esclamai. L’asino riprese il cammino e, col muso rivolto ai due ragazzacci, cominciò a ragliare. Sembrava che li rimproverasse. I due si arresero e si dedicarono ad altro.

Arrivati a casa fui accolto dal solito sorriso di mia nonna che, avvertita dal ragliare di Rosina era già pronta con una grande tinozza piena d’acqua … il pieno per la vettura.

La serata cominciava a essere umida e le abitanti della strada avevano già riposto i lavori di merletto e i lavori a maglia che nel pomeriggio avevano realizzato, sedute davanti all’uscio delle loro case, chiacchierando tra loro e godendo dei raggi del sole che fino a quell’ora aveva riempito la strada. Da via Vesuvio allora si vedeva il mare e mentre l’asino beveva, io fissavo quell’immensa distesa di acqua che, nonostante fosse autunno, mi attraeva.

Da quella visione mi distraevano unicamente le domande di nonna Carmela sul come era andata la giornata. In quella occasione glie ne feci io una: “ma come fa Nonno Paolo a conoscere tutte le storie che racconta?”

Quando tornava zio Paolo Barone dai suoi viaggi – rispose mia nonna – passavano tanto tempo assieme, a volte nottate intere, seduti sugli scalini della chiesa della Madonna delle Grazie a raccontarsi storie; a volte si fermavano anche i passanti ad ascoltare. Ora nonno coglie ogni occasione per raccontare a te quelle storie.

Solo ai tempi del liceo capii cosa leggesse zio Paolo Barone, imbarcato sulle navi tra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento, durante le sue crociere commerciali, nientemeno che fino in Corea e in Giappone. L’ultimo libro che lesse fu: Paradise Lost di John Milton.

Oltre a questo testo conservava sotto il suo letto, centinaia di libri in diverse lingue. Questa collezione resistette alla sua morte ma non a quella di sua moglie, zia Rachele, quella delle scalette. I libri e tanti ricordi di una vita passata navigando nel mondo furono bruciati perché un prete aveva “invitato” a non leggere quelle opere poiché erano frutto del diavolo e portavano al peccato. Io all’epoca non c’ero né avrei potuto fare nulla per salvare qualcosa. Come avrei potuto vincere contro quel tipo d’ignoranza?

Piano piano, Filomena, Grazia, Carmela, Concetta, Lidia, Spina … ci hanno lasciato e nessuno le ha rimpiazzate più in quella strada. Un palazzo costruito di recente, con la sua ombra rende tutto buio, dalla strada non si vede più il mare e nemmeno dai balconcini delle piccole case. Via Vesuvio, un “Paradise Lost” che niente ha a che vedere con quello di John Milton ma che a me, ogni volta che scivolo in quel ricordo, pare una veggenza.

Da molti anni anche l’uliveto è rimasto abbandonato. La vita moderna poco si adatta alla fatica e al sudore. I rovi hanno avvolto e coperto gli antichi alberi di olivo; i vicini passano negli spazi praticabili con i loro mezzi senza rispetto per la proprietà altrui; la fauna selvaggia si è appropriata del luogo e quest’ultima è la cosa che mi dispiace di meno.

Alcuni giorni addietro, la nostalgia mi ha invitato a passare da quelle parti e con la mia attuale vettura. Con questa per raggiungere l’uliveto bastano pochi minuti non ore come all’epoca, altro che Rosina! E poi, la strada è ora è asfaltata e ha un nome segnalato da un cartello: Via Vilignina.

Ho visto il sorbo. Mi è apparso gigantesco. Gigantesco come la montagna di storie, di ricordi, di tradizioni, di esperienze, di cultura, di persone che in sessanta anni abbiamo completamente cancellato. Mi è tornata in mente “quella giornata”. Ho pianto.

 

martedì 6 aprile 2021

Vecchia posta

Durante questo lockdown pasquale ho cominciato a rileggere e cancellare la posta. Lettere come queste però non so come "trattarle".


 ----- Messaggio Originale -----

Da: "danilo\.prosperi" <danilo.prosperi@libero.it>
A: "FRANCESCOPAOLO D'ADAMO" <assessore.cultura@comune.vasto
.ch.it>
Data: 08-06-2009 11:55
Oggetto: Elezioni Giugno 2009

Caro Francescopaolo,

innanzitutto ti faccio i miei più cari in bocca al lupo per queste
elezioni!!

Mi permetto inoltre di compiacermi con te per la semplice, efficace e
significativa campagna elettorale che hai avuto l'intelligenza di fare.
Il messaggio è stato (per me..ma credimi anche per molti altri)
colto...insomma "c'hai preso".
La sensibilizzazione dell'opinione pubblica verso determinate tematiche
quali il risparmio energetico, l'ecosostenibilità, il rispetto
dell'ambiente, l'uso saggio dei fondi pubblici (e anche privati),
ecc.ecc.ecc., passa prima di tutto attraverso il "buon esempio".
Io ho apprezzato molto la tua iniziativa.

Mi permetto inoltre di farti i miei complimenti per un altro ( e non meno
importante) attegiamento che hai avuto l'accortezza di avere nei miei
riguardi...ovvero quello di non avermi "chiesto" il voto!
Sei stato, forse, l'unico a non averlo fatto...e proprio (e non solo)
per questo ho votato per te appoggiando la tua candidatura al consiglio
provinciale.
Attraverso il "passaparola" tra amici e parenti ti ho sostenuto e
fatto conoscere le tue iniziative, le tue proposte e le tue battaglie (sia
quelle vinte che quelle perse)!
Spero in tanti abbiano seguito il mio esempio.
Posso dirti per certo che nella mia sezione (la n° 4- La scuola medeia
Paolucci) oltre al mio voto hai avuto quello dei miei genitori...questo te
lo dico con certezza....ma credo che tanti altri voti tra familiari ed
amici sono riuscito a farteli avere (in quella ed altre sezioni).
Li meriti tutti!

In questa tornata elettorale tanti candidati hanno fatto la conta dei
possibili voti da prendere nella varie sezioni...gente che non conosco e
che ho conosciuto anni addietro saltano fuori all'improvviso venendoti
a supplicare il voto....facendo finta di essere amici tuoi con quella
tipica e insopportabile ipocrisia che rende questa gentaglia tutta
tristemente uguale.
Un nome per tutti?
Il nostro "collega" architetto (ma si è laureato???) (Omesso NDR)....conosciuto ai tempi dell'università quando io ero in
dirittura di arrivo e lui (benchè molto più grande di me) era ancora lle
prese con gli esami più ostici di Architettura....statica, scienza delle
costruzioni...ecc.ecc.)....ci frequentammo solo pochi giorni.....ma bada
bene...l'ho sempre considerato un bravo ragazzo anche se di
orientamento politico opposto al mio.
Anzi..ti dirò...mi era pure simpatico!
Ma da quando ho ricevuto la notizia di una telefonata da parte del padre
che si informava su di me e su dove e per chi votavo...beh....ho capito
che forse la mia idea di lui era mal riposta!
Ma comunque non porto rancore per nessuno...sono solo deluso per aver
dovuto, ancora una volta, assistere a questi meschini teatrini da
politicanti da strapazzo, che sono il segno tangibile della maniera di
intendere i rapporti tra politica e cittadino presso molti dei nostri
conterranei!

Scusami lo sfogo!

Permettimi ancora di condividere con te l'entusiasmo per gli ottimi
risultati ottenuti dall'IdV in ambito europeo...il raddoppio dei voti
(rispetto alle politiche 2008) e addirittura il quadruplo rispetto alle
europee del 2004, sono un chiaro segnale che il programma, le ideee, le
persone e la credibilità messi in gioco sono la carta vincente per poter
cambiare la mentalità degli italiani e di conseguenza questo pessimo
governo italiano!
Oramai l'IdV ha una sua precisa conformazione e non è più un fatto
esclusivamente locale (del Sud Italia)...il consenso ottenuto in tutte le
circoscrizioni nazionali (Nord-Est, Nord-Ovest, Centro, Sud e isole) non è
mai sceso sotto la soglia del 7%....e questo a riprova della crescita a
"macchia d'olio" della credibilità che il partito è riuscito
a conquistare su scala nazionale.

ti invito a leggere queste attestazioni di voto pervenute da Marco
Travaglio e Peter Gomez

http://voglioscendere.ilcannocchiale.it/post/2266313.html

Ti saluto con stima immutata,

a presto,

Danilo

sabato 6 marzo 2021

Cerco titolo per questa foto.


Questa foto ai più sembrerà una foto comune, un gruppo di ragazze tra le dune della spiaggia della Marina di Vasto. A me però non sembra una ... "foto comune". 

L'immagine in bianco e nero di un gruppo di spensierate ragazze, scattata alla fine degli anni Cinquanta mi da l'idea di una versione al femminile de "I Vitelloni" di Federico Fellini. Non potendo però dare un titolo simile a quello del film, poco adatto al genere femminile, spero che qualcuno con immaginazione più fervida della mia (in questo periodo) mi possa aiutare a trovarne uno adeguato.

Tra le "ragazze" riconosco, oltre che mia zia Nicoletta Laccetti (siorridente in alto al centro), Maria Tenaglia, Gina Tana (la prof.) Maria Molino e forse Donatella Ciccarone. Delle altre, che mi appaiono velato ricordo di quando avevo quattro o cinque anni, non ricordo il nome. 


lunedì 15 febbraio 2021

Quando la zanzara voleva pungerci ma ...

 



Adesso, come nella commedia di Aristofane, si discute sulla presenza di donne al governo. Noi avevamo polemicamente sollevato il problema già tanti anni fa. Ogni tanto è bene ricordarlo. Io sono contro le "imposizioni" e a favore del merito. 

A Vasto cinque candidate alla carica di  Sindaco. Hanno meriti? Li evidensiassero e le voteremo. Non hanno meriti? Perchè cinque candidate di sesso femminile?

Apriamo un dibattito.

martedì 19 gennaio 2021

Boomers alla vastarola.


Quando diciamo "questi giovani di oggi ..." ricordiamo quello che siamo stati. Oggi scartabellando tra vecchie foto, mi sono apparse queste e colgo l'occasione per sorridere un po'.















 

lunedì 2 novembre 2020

Una giornata particolare


Dalla sterminata e storica collezione di famiglia il Dottor Maurizio Ciccarone mi invita a pubblicare questa bella foto che ritrae quattro personalità "vastarole" ben note ai nostri vecchi concittadini. 

La foto è stata scattata sulla spiaggia di Vasto Marina nella estate 1934.

Nell'immagine sono ritratti, partendo da sinistra: Giulio Cardone, Roberto Roberti, Florindo Ritucci Chinni e Silvio Ciccarone.

- Giulio Cardone nacque a Vasto nell'agosto del 1894 da Michele e Teresina Spataro (zia di Giuseppe Spataro) nel bel palazzo di famiglia in Piazza del Carmine. Laureato in economia e commercio, fu insegnante di computisteria nel Regio Istituto Commerciale Nicola Paolucci. Durante la guerra partecipò alla campagna di Russia insieme ad uno dei fratelli (disperso). Dopo il conflitto fu Preside alla Scuola di Avviamento. Morì a Vasto nel 1968. Sempre gioviale ed allegro, pronto allo scherzo, Maurizio Ciccarone racconta che si rallegrava ai suoi racconti e alle sue facezie quando con la madre e i fratelli andava a trovarlo. 

- Roberto Roberti nacque a Vasto nel 1889 da Francesco e da Concetta Martinelli in un palazzino di Piazza Cavour. Dotato di vivida intelligenza ed intraprendenza fondò a Vasto il periodico: La Rivista d'Oggi. Dopo la prima guerra mondiale si trasferì a Roma dove si interessò di problemi politici e sindacali. Nel 1931 venne nominato Segretario Generale della Federazione delle Casse Mutue per l'agricoltura. Direttore della rivista La Terra fu giornalista brillante. Dopo la fine della seconda Guerra Mondiale tornò sulla scena sindacale e fondò la Confederazione Professionisti ed Artisti. Pubblicò il periodico sindacale l'Arco utilissimo per i liberi professionisti. Morì a Roma nel febbraio 1970

- Florindo Ritucci Chinni nacque a Vasto il 28 novembre 1886 da Saverio e Carmela Provicoli. Laureato in Giurisprudenza, fu valente insegnante di materie giuridiche. Fu tra i fondatori del Partito Popolare di Vasto assieme a Giuseppe Spataro e Peppino Nasci. Nel 1923 venne eletto Sindaco di Vasto. Fu successivamente Presidente del Consorzio Agrario Cooperativo, Presidente della Società Operaia e professore di diritto all'Istituto Commerciale, prima di partire per l'Etiopia dove esercitò la professione di avvocato. Personaggio versatile ed estroverso si dilettò in poesia, pittura e musica. Ricoprì di nuovo la carica di primo cittadino nel secondo dolpo-guerra fino alla morte che lo colse il 12 gennaio 1955.

- Silvio Ciccarone nacque a Roma nel marzo 1906 da Francesco (Deputato al Parlamento) e Rosina Marcantonio in un appartamento di via Manin. Dopo i primi studi disordinati tra Vasto, Roma e Napoli, si iscrisse alla facoltà di giurisprodenza di Bologna. Durante gli anni universitari, nonostante le sue rimostranze, venne convinto a ricoprire la carica di Segretario cittadino del PNF, carica che mantenne per circa un anno, quando fu sollevato dall'incarico e gli fu ritirata la tessera; spirito libero e non amante di compromessi e furbizie di bassa lega era venuto in contrasto con la dirigenza locale e provinciale. Dopo poco meno di dieci anni, essendosi creato a Vasto un vuoto politico per le dimissioni del Sindaco Giovine dalla carica di Podestà gli fu chiesto di succedergli. Rispose negativamente ma il Prefetto, che lui stimava, lo convinse ad accettare l'incarico prospettandogli i problemi a cui i suoi concittadini sarebbero andati incontro in quei difficili frangenti. Dopo la fuga da Vasto delle truppe tedesche, riusci a convincere gli inglesi ad entrare in Città risparmiandola dal bombardamento già deciso. Qualche tempo dopo, nonostante il parere contrario dei Comandi alleati, ritenendo che le maggiori difficoltà fossero finalmente risolte, decise di dare le dimissioni. Continuò in seguito a occuparsi dei problemi della sua amata Vasto, fondando il Consorzio di Bonifica e ricoprendo la carica di Sindaco per due legislature. Morì a Vasto nel gennaio del 2003.

sabato 31 ottobre 2020

Una Vasto di cui pochi ricordano

Quando si parla di "frana" a Vasto il ricordo va sempre alla gravissima frana della zona delle "Lame", avvenuta nel 1956 ma nessuno ricorda che, ancora nel 1968, Vasto continuava a franare. 

Da queste foto delle frane nel fosso Angrella in pochi riscontreranno ricordi eppure ...



giovedì 22 ottobre 2020

Ricordi da un campeggio (1960)






Maurizio Ciccarone segnala che la letterina sopra pubblicata è stata ritrovata da lui, tra le carte di sua zia, nel palazzo di famiglia. La signorina a cui è indirizzata la lettera è Giulia Ciccarone. Il campeggio di cui si parla, essendo l'anno 1960, è uno di quelli fatti a Pizzoferrato. 
Si tratta veramente di una lettera molto bella, e per certi aspetti commovente. Denota l'innocenza e l'ingenuità tipica di quel periodo nei bambini di 10/11 anni; si nota il probabile zampino di qualche adulto, forse la sorella dell'estensore, probabilmente Nino Ciccarone; ciò si desume anche da un'altra lettera da lui inviata sempre a zia Giulia in cui le comunica la decisione di entrare in seminario.
Le firme, come si può arguire dalle differenze di scrittura, sono state apposte dai vari sottoscrittori.
I campeggi si svolsero a Pizzoferrato fino al 1962. L'anno successivo si passò alla stazione di Palena al Passo della Forchetta.
Dopo la parrocchia di San Giuseppe, anche altre parrocchie di Vasto iniziarono a fare questo tipo di campeggi. 
Per molti ragazzi queste iniziative, come i vari pellegrinaggi a Loreto, Assisi e Roma erano le uniche occasioni per potersi permettere un viaggio ed andare fuori Vasto.
Qualche genitore, specialmente i padri, faceva qualche difficoltà a mandare fuori casa le figile. Le ragazze allora si preferiva tenerle chiuse "sotto controllo"; qualcuno addirittura dopo le elementari non le mandava più a scuola.



giovedì 20 agosto 2020

A Punta Penna giocavamo a pallone.

 

Guardate con attenzione la foto e scorgerete una porta da campo di Calcio. 

Chi ricorda quando, da ragazzi, a piedi, in bici o in motorino si andava a "giocare a pallone" al campo del porto di Punta Penna? Era un'avventura. ... E se qualcuno si fosse fatto male? Nessuno si poneva il problema all'epoca. Eravamo ragazzini. 

Nella foto appaiono anche tanti trabocchi ma di questo, magari, ne parliamo a didascalia delle prossime foto ... se ve le meriterete.

mercoledì 15 luglio 2020

Dettagli.


Ci sono dettagli, tratti da vecchie immagini, che riportano alla memoria ricordi dimenticati.
Il sapore delle paste di Mascioli, la domenica mattina dopo la messa (quando era possibile), il rumore dei piatti, delle scodelle e degli utensili nel negozio di Frangione e il tabellone dei risultati di calcio fuori dall'AVET. Ricordo il Bar Roma prima del "restauro moderno" (si fa per dire). Ricordo il chiosco dei fiori sulla piazza e le "casarelle" che avvolgevano il Castello.  Non ricordo però di chi era il negozio di tessuti posto nel locale dove ora c'è il Bar Caffetteria Gelateria Martone e nemmeno le macchine così parcheggiate.  

A proposito! Cosa c'era scritto sulla insegna al neon della pasticceria Mascioli? 


mercoledì 24 giugno 2020

L'antichissima Histonium e ...


Antichi monumenti ma anche dancings, cinema, clubs ... e passeggiate, escursioni ... e ancora banche, biblioteche e museo. 
Questo è l'ultimo (per ora) depliant pubblicitario risalente alla fine degli anni Sessanta/inizi Settanta che pubblico in questo periodo di inizio della stagione estiva. 
Ancora provo a riflettere. Cosa è cambiato da allora? In meglio o in peggio? 


sabato 20 giugno 2020

Notturno


Sembrava che ci fosse troppo poco. 

All'epoca di questa cartolina stava per nascere il Dancing da Mimì. Si ballava sul Terrazzo Ricci e ancora oggi si racconta che Fred Bongusto durante una serata in quel luogo ebbe l'ispirazione e scrisse "Una rotonda sul mare". 
La Ciucculella era ancora lontana da venire.
Le aspettative di uno sviluppo turistico erano altissime. Purtroppo, idee disordinate e imprenditoria presuntuosa, egoista e, soprattutto, analfabeta, guidata da una politica scellerata, hanno portato Vasto allo stato attuale. Se a voi va bene così ... a me no.
Ripartiamo da questa cartolina per valutare le positività, cancellare le negatività, riprogrammare lo "sviluppo" e rilanciare Vasto. 

venerdì 10 aprile 2020

Quando gli interlocutori erano persone serie e preparate


Il mio amico Ben mi ha inviato questo "ritaglio di video". A parte l'orrendo abbigliamento mi vedo grasso. Peccato che nel video non completo il discorso, comunque, almeno, l'ingegner Michele Benedetti (R.I.P.) era un interlocutore serio e preparato. 

martedì 3 marzo 2020

Il Signor Martone offre un Cinzano


A grande richiesta altre foto di una festa con vastesi. Il Signor Martone stappa una bottiglia di spumante e la versa  nei bicchieri dei presenti. Non sono calici, non sono coppe ma ... va bene lo stesso.


... e poi tanta musica da ballo. Di che orchestrina si tratta?


domenica 1 marzo 2020

Vastesi al bar


Bella questa foto scattata probabilmente una domenica mattina di un tempo in cui si guardava al futuro in maniera diversa da ora. Riconosco alcune persone ma quale bar sarà?

venerdì 28 febbraio 2020

Vastaroli illustri dimenticati (1): LUIGI NASCI



LUIGI NASCI
di Maurizio Ciccarone

Luigi Nasci nacque a Vasto il 31 Marzo 1854 da Carlo, fervido patriota e Tenente della guardia nazionale nel 1860, e Maria Antonia Cardone, figlia del Barone Luigi Cardone, energico combattente delle battaglie contro i Borbone nella fortezza di Pescara nel 1799 e ad Antrodoco contro gli Austriaci nel 1821 a capo delle milizie vastesi. Primo di cinque figli egli ebbe quattro sorelle: Anna che sposerà Alfonso Spataro, da loro nascerà Giuseppe Spataro, Ernestina che sposerà Tommaso Berardi di Ortona, Beniamina che sposera Beniamino dei conti Mayo e Rosa che, sposata con Alfonso Cauli, andò ad abitare in un bel palazzetto, rimasto intatto, a Policorvo una frazione di Carpineto Sinello, in aperta campagna, dove per vari mesi era difficile andare e venire; qui stremata dalle gravidanze ed isolata da parenti ed amici, morì quasi pazza; sorte non migliore fu quella del marito, che messosi in affari, fondò una società elettrica Zecca-Cauli&C. con Odoardo Zecca ed Angelo Biondi; in tale società entrarono successivamente altri soci tra cui i De Cecco; la Zecca Cauli &C., costruì a Fara San Martino varie centrali elettriche in corrispondenza di alcuni salti del fiume Verde poi altre centrali in altri comuni, alcune delle quali tuttora esistenti, fu anche incoraggiato in tale attività dall’onorevole Francesco Ciccarone e dal cugino Emilio Giampietro. Essendo successivamente venuto in causa con il socio ed essendosi purtroppo il processo risolto a suo sfavore, fu costretto a rivendere parte del suo ingente patrimonio. Morì a Roma. Un giorno passeggiando e rimuginando, come continuamente faceva, sulle sue disavventure finanziarie, non si accorse dell’arrivo di un tram che lo investì.

La famiglia Nasci, di origine calabrese e più precisamente, il nonno Giuseppe, ingegnere, essendo stato incaricato dal governo di redigere il catasto di Vasto, si era qui trasferita dalla Calabria durante il periodo murattiano, prendendo residenza in un’abitazione posta tra via Lago e corso Dante. In seguito, attratto dalla bellezza del luogo e dalla dolcezza del clima, egli decideva di stabilirvisi. Era Allora Vasto un centro attrattivo, contava in quel periodo e, più precisamente nel 1809, 7.859 abitanti, continuerà a crescere fino a raggiungere quasi 12.000 al momento dell’annessione nel 1861. Già da più di due secoli famiglie milanesi, veneziane e genovesi, si erano qui trasferiti praticando il commercio, mettendo su attività artigiane, come cristallerie, coltellerie e stamperie. Alcune di queste attività assursero a grande vivacità, specialmente per quanto riguarda il commercio; da Vasto partivano navi che trasportavano olio, grano, vino ed il pregiato aceto bianco di Vasto che, arrivato a Venezia, veniva di lì trasportato a Vienna ed a tutto il Nord-europa; per quanto riguarda la fabbricazione di coltellerie e lame, queste attività si andarono via via concentrando verso Campobasso e soprattutto a Frosolone, dove tale attività continua tuttora. I figli di tali famiglie si uniranno in matrimonio con persone del luogo, finendo così col confondersi con la popolazione locale e vastesizzandosi. Col passare del tempo, giungeranno anche famiglie abruzzesi e del contiguo Molise come i Rulli provenienti da Monteroduni ed i de Benedictis originari di Guglionesi per quanto riguarda il Molise, poi i Ciccarone di Scerni, i Cardone di Atessa, i d’Ettorre di Chieti, i baroni Anelli di Salle e sempre del Pescarese i de Pompeys, originari di Torre dei Passeri, poi i Trecco ed i De Nardis di Barete nell’Aquilano, i Pantini di Bergamo, venuti a Vasto per il restauro del campanile di San Giuseppe (non so se allora ancora dedicata a Sant’Agostino) ed addirittura, provenienti dalla Svezia i Cordella, qui giunti, come ingegneri della ferrovia, quando tale importante infrastruttura arrivò qui da noi; essi italianizzeranno poi il cognome Cordell in Cordella.

I Nasci, approfittando della soppressione e della vendita dei beni degli ordini religiosi, acquistarono a Vasto alcuni terreni nella zona denominata allora San Martino ed ora chiamata dai vastesi Villa Nasci e parecchi ettari di terra a San Salvo Marina, allora in gran parte paludosa, che inizieranno a bonificare a proprie spese.
Dopo i primi anni dei corsi elementari a Vasto, Luigi fu dal padre condotto, tra gli Abruzzesi primo di una lunga schiera, in Toscana a Prato al famoso Collegio Cicognini, allora praticamente sconosciuto nella nostra regione. Qui primeggiò per la sua preparazione e la sua vivace intelligenza, lasciando tanto vivo ricordo che Gabriele D’Annunzio, anche lui allievo alcuni anni più tardi dello stesso collegio, rincontrandolo in Abruzzo esclamò. “Ecco Nasci, la gloria del Cicognini!”
Luigi Nasci avrebbe sicuramente potuto aspirare ad incarichi di prestigio, se l’amore per la sua terra ed il suo carattere insofferente dei maneggi elettorali, di sotterfugi e di bassi, e spesso disonesti compromessi, non lo avessero convinto a rinunciare alle attrattive della vita parlamentare.

Il desiderio di riorganizzare le sue terre e di migliorare le antiquate tecniche agricole dei nostri circondari, contrassegnati dalla mancanza di impegno da parte dei proprietari nel modernizzare obsoleti metodi agricoli, difetto comune nei territorio meridionale; erano, rimasti infatti pressoché immutati, i vecchi problemi rilevati da Leopoldo Franchetti e dagli altri meridionalisti nei loro viaggi nel nostro Mezzogiorno, lo spinsero ad iscriversi alla Facoltà di Agraria, prima a Pisa dove frequentò il salotto culturale-letterario della scrittrice Caterina Franceschi- Ferrucci. Di qui passò poi alla scuola di Portici. Anche durante gli studi Universitari brillò per la sua preparazione, tanto che fu invitato da numerosi suoi insegnanti a rimanere al loro fianco come proprio collaboratore.
Come detto l’amore per la sua terra natale, resa ancora più cara per il ritorno, sempre dalla Toscana dopo l’educazione nel Collegio della Santa Annunziata di Firenze, della cugina Michelina Ciccarone, suo primo ed unico amore, lo indusse a tornare a Vasto.
Qui non si lasciò completamente assorbire dalle cure del proprio patrimonio personale, dagli affetti familiari e dalla politica nel partito liberale, dove il padre ed il suocero avevano militato nel culto di Silvio Spaventa; gran parte del suo tempo e della sua attività, fu infatti dedicata al progresso dell’agricoltura, delle condizioni economiche ed alla elevazione culturale di tutto il suo territorio.
Fu così che molti giovani agricoltori, attratti dall’entusiasmo con cui li istruiva ed il suo amore per la terra, iniziarono con notevoli vantaggi, a seguire i suoi consigli; alcuni di essi ricevettero riconoscimenti dal Ministero dell’Agricoltura ed una croce al merito. I rapporti con i suoi contadini poi, erano improntati a vero attaccamento e, quando necessario, non negava mai a loro il suo aiuto. Conservo a casa foto di gruppo che lo ritraggono nei suoi terreni in compagnia della sua famiglia e dei suoi operai.
Non mancò nell’espletamento dei vari incarichi amministrativi di allargare il più possibile la base sociale rappresentativa, affiancando ai componenti delle solite vecchie famiglie, artigiani, operai ed agricoltori, e molta cura apportò all’attività di quella che era stata la prima organizzazione sorta a Vasto dopo l’Unità d’Italia ”la Società Operaia”, costituita a Vasto per opera del suocero Silvio Ciccarone, istituendovi corsi e dotandola di una piccola biblioteca.
Per la stima che i professori conservavano di lui, fu chiamato a far parte del Consiglio Superiore dell’Agricoltura presso il Ministero a Roma, ed a lui si dovette a Vasto la fondazione del Comizio Agrario che fece funzionare a sue spese, poi la ricostituzione del Legato Romani, depredato durante gli anni di governo comunale della sinistra, con la creazione della cattedra ambulante dell’Agricoltura al quale dedicò il suo tempo ed anche qui, sue personali risorse finanziarie, rimanendo in contatto con i più prestigiosi professori del tempo. Fu anche vicepresidente dell’Istituto Agrario di Scerni, svolgendo in realtà le funzioni di presidente.
Egli portò avanti l’opera di bonifica e miglioramenti intrapresi dal nonno Giuseppe e dal padre Carlo. Contrariamente alla maggior parte dei proprietari che affidavano a fattori o cedevano in affitto i propri terreni, vendendo ogni tanto qualche appezzamento per debiti contratti al gioco o in altri divertimenti, egli si occupava personalmente della conduzione della sua azienda. Le spese per i lavori intrapresi erano a volte ingenti. I miei zii mi raccontavano di quando andando a casa Nasci a trovare zia Michelina lo trovavano la sera, tornato dai suoi campi, immerso nelle carte della contabilità che egli controllava con competenza ed oculatezza.

Il 1880 fu un anno particolarmente felice per lui, dopo accurati preparativi a cura della madre, Maria Antonia e della zia di Michelina, Enrichetta, riconciliate per l’occasione dopo lunga inimicizia, finalmente nel mese di Maggio i due giovani convolavano a nozze. Il salone del Palazzo Ciccarone , chiamata dai proprietari la Galleria, era riccamente addobbata; sarà l’ultima importante cerimonia solenne lì svolta; numerosissime candele illuminavano la sala, spandendo la loro luce dal grande lampadario centrale, dai candelabri applicati al muro e quelli di bronzo dorato sopra i ripiani di marmo delle consolle, e facevano risplendere il raso rosso dei divani e delle poltrone, le cristallerie, le argenterie, i vasi di limoges, i vetri e le cornici di oro zecchino dei quadri e dei grandi specchi. Dopo solenni festeggiamenti, durante i quali vari invitati ed il padre della sposa si esibirono, leggendo ed improvvisando versi di sapore arcadico, i due giovani partirono alla volta di Vienna. Il dispiacere dei familiari per l’assenza di Michelina, veniva l’anno dopo superata dalla nascita, nella loro villa di San Martino, del figlio Giuseppe
La grande casa dei Nasci e d’estate la loro villa divenne il salotto dove i più influenti personaggi, non solo di Vasto, si riunivano. I vasti saloni con grandi divani, la tappezzeria di raso giallo-oro, si riempivano spesso di signori e signore che ambivano ad intervenire ai ricevimenti ed alle feste che i Nasci organizzavano. Donna Michelina, educata al più prestigioso ed esclusivo collegio italiano, era considerata la più elegante signora della provincia, ed a lei ci si recava in occasione di matrimoni ed altre importanti cerimonie , per avere suggerimenti sulle acconciature e sugli abbigliamenti adatti. Lei sceglieva consultando cataloghi provenienti direttamente da Parigi, la capitale allora della moda. Grande cura dedicò la madre al figlio Giuseppe, favorendo anche relazioni con le famiglie più importanti e benestanti della regione anche in prospettive matrimoniali; dopo l’iscrizione di questo al liceo, la madre si trasferì con lui a Chieti; affittò un grande appartamento al centro, frequentò le case delle persone più in vista, partecipò a cerimonie, e spettacoli al teatro Marrucino. In realtà Peppino, come era chiamato in famiglia, era interessato dalle ragazze in maniera inversamente proporzionale al pensiero del matrimonio. Attratto anche lui dalla politica, con grande sforzo finanziario, e, mettendo a repentaglio il patrimonio famigliare, egli, assieme al cugino Giuseppe Spataro ed altri vastesi, dopo un primo fallito tentativo di essere eletto alla camera con il partito liberale, fonderà nel 1921 il partito popolare di Vasto, presentandosi, di nuovo senza successo, con tale partito; nel secondo dopoguerra sarà eletto sindaco di Vasto e presidente della Provincia di Chieti; nonostante le insistenze dei suoi amici e sostenitori, rifiuterà di candidarsi al senato.
Dopo oltre venti anni, con il ritorno al governo della città del Partito Liberale, Luigi Nasci, dopo avere per qualche mese assunta la carica di commissario prefettizio, nel Marzo del 1887, fu eletto a larghissima maggioranza Sindaco di Vasto. Erano i rappresentanti delle famiglie più in vista ad occuparsi della vita cittadina, sempre gratuitamente, anzi rimettendoci in genere del loro. Era con vero spirito di servizio che essi, ritenendosi dalla sorte privilegiati, si dedicavano con impegno e rettitudine alle cariche pubbliche, ritenendo giusto ricambiare in tal modo il loro benessere.
Prime sue cure furono quelle di ricostituire la finanza comunale, dissestata da anni di malgoverno, riorganizzare i pubblici servizi, restituire serietà e sincerità ai bilanci e riaccendere nell’animo degli amministrati la fiducia verso i propri amministratori.
Nel giro di pochi anni, ricondusse così in pareggio il bilancio e rimise in ordine la macchina amministrativa grazie all’abilità ed a conoscenze giuridico-economiche inaspettate in un personaggio che non aveva fatto studi specifici. Egli cercava, come altri in quei tempi, dovendo coprire incarichi amministrativi, di acquisire tali abilità con uno studio assiduo e meticoloso e scegliendo validi collaboratori, non ammettendo nella sua azione di governo incompetenza e pressapochismo.
Fu anche suo merito l’istituzione della banca Popolare a Vasto, di cui commercianti, agricoltori e piccoli imprenditori avvertivano la necessità e ne fu anche primo presidente.
Possiamo citare tra le opere della sua amministrazione: l’impianto comunale di illuminazione elettrica, primo tra i centri non capoluogo d Provincia, la costruzione del mattatoio, quella del Nuovo corso de Parma (la Corsea, come era allora chiamata), poi l’attuale corso Cavour, il restauro e l’abbellimento del Teatro Rossetti, aperto dal nonno, il Barone Luigi Cardone, sindaco alcuni decenni prima, la costruzione della strada per Vasto Marina con il sottopassaggio per la ferrovia, la bonifica del fosso Marino di altre zone malsane lungo la costa vastese e la realizzazione della strada litoranea verso la stazione di San Salvo, utilizzando per i lavori una strada che egli aveva costruito a proprie spese. Provvide a dotare l’Ospedale di macchinari, mobili e curò la distribuzione gratuita di farmaci ai poveri (per il locale nosocomio lascerà nel testamento un lascito in denaro); istituì varie scuole nelle zone rurali prima di dare incarico all’ingegnere Luigi Pietrocola del progetto per il primo Palazzo Scolastico, la cui costruzione purtroppo, a causa degli eventi bellici subì forti ritardi, e vedrà la luce solo dopo la Grande Guerra, stessa sorte subirà un’altra opera da lui avviata, il nuovo acquedotto, mediante un Consorzio tra Vasto ed i comuni vicini che, subì gravi ritardi anche perché vi si dovette poi includere Casalbordino, che aveva in precedenza avviata per proprio conto tale opera, attingendo però a sorgenti raccogliticce e poco adatte ad uso potabile. Per quanto riguarda la cultura, provvide a far riordinare il Museo cittadino che si trovava in uno stato di totale abbandono, mediante la collaborazione del Professor Luigi Anelli, che fu nominato direttore di tale importante istituzione, aprì poi una sottoscrizione per il monumento a Gabriele Rossetti, affidandone l’esecuzione allo scultore Commendator Filippo Cifariello. Purtroppo come non poté bere l’acqua del nuovo acquedotto, così non poté vedere l’innalzamento del monumento al Poeta, essendo egli in quel momento a Roma malato e, solo il Cifariello, al momento delle celebrazione, si ricordò di fare il suo nome.
Nonostante ripetuti sforzi, non si riuscì ad ottenere l’Istituzione del tribunale che vedrà la luce solo nel secondo dopoguerra grazie all’impegno del cugino Silvio Ciccarone.
Solo per il colpevole disinteresse del successore suo e di quello del cognato l’onorevole Francesco Ciccarone, che con lui collaborava, non si riuscì a realizzare il porto e la costruzione della Ferrovia Vasto - Agnone, opera progettata, approvata e finanziata e, solo per lo scoppio della guerra, rimandata a tempi migliori. Si conservano ancora nel Palazzo Ciccarone il progetto della ferrovia ed altri relativi incartamenti.
In politica, non fu solo sindaco di Vasto ma anche vicepresidente e poi presidente della Provincia di Chieti, incarichi che ricoprì per vario tempo; qui, ancor giovane, meravigliava, per il suo acume giuridico e la sua chiara visione amministrativa colleghi anziani come il Finamore e l’Auriti.
Venuta la guerra 15-18, fu costretto purtroppo ad interrompere le opere da lui ideate e progettate ed ormai prossime alla realizzazione e si dette quindi tutto all’assistenza ed al conforto della popolazione vastese, provvedendo, nei limiti del possibile che mai nulla del necessario mancasse.
Finita la guerra, purtroppo la salute e le forze progressivamente lo abbandonavano; un morbo di Banti, forse; dovuto probabilmente a pregresse infezioni malariche, contratte durante la bonifica delle sue terre e di alcune zone di Vasto Marina e della costa, si aggravava sempre più.
Nella notte tra il 21 ed il 22 del Luglio 1930 ,assistito dall’amata Michelina, dimenticato da tutti, quando addirittura non fatto segno segno di malevoli accuse, da chi voleva attribuirsi il merito di tutto quello che in tanti anni di lavoro era riuscito a realizzare, di tante opere portate a termine e di altre già ben avviate, dopo tre anni di martirio, egli si spegneva nella sua casa romana in via Cola di Rienzo, senza potere aver potuto vedere il monumento al Rossetti, né bere l’acqua di quell’Acquedotto per la cui costruzione tanto aveva combattuto. Dal suo letto di dolore mai lo aveva abbandonato il pensiero alla sua Vasto, le cui vicende, anche se assente, attentamente seguiva.


La salma, dopo le prime onoranze a Roma nella chiesa di San Giovacchino, veniva trasportata a Vasto. Qui giunta, alla stazione si formò un corteo di automobili e carri coperti da corone, all’ingresso nella città gli vennero incontro i suoi amati contadini, che presero a braccia la salma e, giunti alla cattedrale, deposero la bara, circondata da una vera selva di fiori. Alle 10 fu celebrata la Messa funebre, alle 18 attraverso la città, dalle porte chiuse in segno di lutto cittadino, un interminabile corteo accompagnò al cimitero l’estinto. Alle porte della città, al belvedere Romani, il corteo sostò e la salma, sostenuta dai suoi coloni, fu deposta su un tumulo vicino al palco dal quale numerosi oratori pronunciarono i loro discorsi.
Solo pochi mesi più tardi, nel corso di una pubblica riunione tenutasi al teatro Rossetti i politici e gli amministratori del tempo, quegli stessi che nel corso dei discorsi funebri lo avevano osannato, volutamente dimenticando tutto il lavoro fatto dal Nasci, si attribuiranno i meriti di tutto quello che era stato fatto a Vasto negli ultimi anni, suscitando mormorii tra il pubblico presente che, dopo un violento discorso di protesta da parte del nipote Silvio Ciccarone, si trasformarono in forti contestazioni, che convinsero capi e capetti presenti a tagliare la corda; salirono sulle macchine, cercando di guadagnare la strada della stazione per prendere il treno e tornare verso Chieti, ma la popolazione, da tempo in subbuglio ed esasperata dopo l’accaduto, la riunione era stata infatti organizzata proprio per calmare a Vasto acque non proprio tranquille, tagliò loro la ritirata scendendo lungo il Muro delle Lame e, solo grazie all’intervento della forza forza pubblica, poterono far ritorno alle loro case.


L’episodio, ingigantito, fu ripreso anche dalla stampa straniera, e costò un processo a Silvio Ciccarone che fu estromesso dalla carica di segretario politico cittadino a poco più di un anno dalla nomina; riuscì per poco ad evitare il confinio, che qualcuno aveva proposto. Verrà poi, nel Maggio 1931, nominato al suo posto l’ingegner Pietro Mariani, mentre il Ciccarone era assente da Vasto, in viaggio di nozze con la giovanissima moglie Nerina D’Ettorre; ma questa è un’altra storia.