Nell’immagine della “Veduta di Vasto” ritrovata, di Nicola
dei Palizzi
Di Giuseppe Franco Pollutri
E’
noto, in un tempo neppur molto lontano, da Vasto s’andava a Napoli. Era, del
resto, la capitale, in un Regno - così si narra - di molti briganti, eppur di
raffinata scienza e cultura. Così, anch’essi, nel secolo XIX, fecero i fratelli
Palizzi, uno dopo l’altro; così Nicola assieme o dopo Giuseppe, Francesco Paolo
e Filippo, accomunati da un medesimo amore per la pittura, esercitata con esiti
vari e diversi, pregevoli tutti sicuramente.
Nicola, come i fratelli seguace anche lui del “Verismo”, particolarmente studiato
assieme a Giuseppe, nei contatti con gli artisti parigini de Il Barbizon (praticanti della pittura
all’aria aperta), si ritrovò presto ad avere comunione d’intenti e di pratica
artistica con i promotori della napoletana “Scuola
di Resìna”. In essa si riteneva idealmente produttivo e si fece in modo di
praticare “la osservazione attenta della
natura, il fantasticare quotidiano e continuo su tutti gli effetti e su tutte
le forme dell’avvicendarsi continuo delle immagini” come poetica-guida per
la propria arte, in innovativa e convinta ‘rottura’ con l’Accademia (pittura di studio), parallelamente, seppur con tecnica
‘impressionistica’ diversa, con i Macchiaioli. Da qui tutta una produzione, di
indubbia capacità visiva e tecnica, che qualcuno etichetta anche “di esercizio
manieristico”, ma pur sempre espressivo del bello e del ‘vero’, sensorialmente
ammirati e illustrati nella ‘visione’ pittorica di volta in volta ritratta e mostrata.
Tale
ci appare ed è da considerarsi anche la Veduta di Vasto, dipinta da Nicola Palizzi nel 1853 (dal vivo o, probabilmente, con bozzetti preparatori e di
supporto per la memoria), e per tale genere la si dovrà riguardare, senza voler
far confronti stilistici, non pertinenti e poi inutili, con il più tecnicamente
capace fratello Filippo, e pur se oggi si sia frastornati da un’altra
“maniera”, concettual-performante, che ci porterebbe a considerare con erronea sufficienza
culturale questa che resta, di certo, pittura ‘tradizionale’. Una “pittura-pittura” che – allora e si vuole
ancor oggi – è quella che serve, e comunque efficacemente fu capace di ritrarre,
con occhi e mente, colori e pennelli, ciò che intorno ci accade, vive e si
trasforma: gli eventi e accadimenti che ci coinvolgono e ci condizionano nelle
nostre idee, gusti, manifestazioni.
Ecco allora che il ‘ritrovato’ e per molti ‘scoperto’ quadro nicola-palizziano, mostratoci in questi
giorni presso il sorprendente “Piccolo
Circolo Garibaldino” di Vicolo Sinello, a Vasto, per spontanea concessione
del proprietario (Stefano D’Adamo), e a cura dell’architetto F. Paolo D’Adamo, richiede
non altro che una semplice quanto intima, persino affettuosa, ‘guardatura’ per
quel che è, per quel che in esso il pittore ha inteso immettere, visivamente e
con evidente sentimento di nostalgico legame per e con il luogo natale.
Entriamo, dunque, eideticamente in esso, ed eccoci di fronte ad un abitato che
si pone come sorta di isola\oasi urbana cui far meta e ritorno: un mirabile
agglomerato su cui si distinguono, come punti fermi nel divenire, i suoi
pubblici edifici, Palazzi e Chiese. Ci piace così - in una sorta di
ritrovamento e riscoperta di tipo ‘archeologico’ nell’immagine ritratta e
insieme nella nostra mnemonica esperienza del luogo - di ritrovare, muovendo lo
sguardo da destra, quel che fu il
Convento monastico di S. Chiara, la
Torre di Bassano, il Palazzo Palmieri con la sua torre indice
del fortilizio del Caldora, la
Chiesa allora dedicata a San Francesco di
Paola (oggi dell’Addolorata)… E poi la Piazza Barbacani, e ancora gli
altri edifici di culto ben riconoscibili, in un secondo piano: il Carmine, San
Giuseppe, il campanile e la grande navata con cupolino di Santa Maria Maggiore,
sino alla Loggia Amblingh. Di là, riguardando il quadro con un originale taglio
verticale della ‘veduta’, propostoci sulla
locandina dell’esposizione odierna, come un secondo fondale di scena per la
‘rappresentazione’, insieme reale e immaginifica del luogo, ecco la distesa del
mare, tranquillo e rasserenante, su cui navigano (o navigavano) veliche
“paranze” e agili “battelli”, attori e testimoni di un tempo in cui le acque del nostro golfo
non erano riguardate e ‘usate’ soltanto per “i bagni”.
Portandoci poi con lo sguardo nel settore di destra, ripristinando l’originaria
inquadratura orizzontale, scopriamo, in una sorta di istantanea
documentaristica, una scena-quadro nel quadro di tipo narrativo. Lungo le
mura-palazzo di S. Anna, area (immaginiamo) aragonese, lungo un sentiero che
scende nella piana e che confluisce con altro centrale, Nicola delinea, con
dimensione quasi miniaturistica, ma con efficaci tocchi luministici, gente –
viandanti e viaggiatori, signori e contadini, chierici e borghesi, uomini e
donne - che dall’esterno rurale e naturalistico accedono alla Città del Guasto d’Aymone, per proprio
affare, commercio, visita parentale, o per le preghiere di culto, per una devozionale
processione…
In primo piano s’impone una sorta di platea per chi guarda la rappresentazione: una larga distesa di
terreno accidentato e incolto, colorita con ocra bruciata di vario tono e grado,
ricoperta come natura suole da “coloriti
fiori et erba”. Nell’insieme del quadro, tale campitura realizza un
cromatico e spaziale contrappunto visivo con il luminoso e accentrante agglomerato
urbano, là dove, nel secolo successivo, grandi e importanti opere ed edifici
disegneranno architettonicamente la
Piazza per il Monumento a Gabriele Rossetti, e prima Corso
Italia, a testimonianza di un tempo di poi in cui non più Napoli, ma Roma (…con
i rievocati suoi fasci littori) sarà
il nuovo riferimento politico-culturale di una Nazione e, in particolare, di
una Vasto divenuta, nel prima e nel dopo “Ventennio” (a frutto di questo non
meno), ancor nuova e più moderna.
Di quella che fu, nel tempo storico
e culturale di Nicola dei Palizzi, ci resta godibilmente questa ritrovata Veduta. Una sorprendente ‘epifania’ per
la nostra, culturalmente sciatta, estate duemila e tredici.