giovedì 20 luglio 2017

In merito alla Mostra di oggi ....


Maria Antonietta nacque in una piccola e “strana” cittadina. Il Vasto era scollegato dal resto del mondo. Solo attraverso la ferrovia si poteva raggiungere comodamente (per l’epoca) il luogo, mentre gli altri collegamenti viari erano scarsi, inadeguati e scomodi. Verso il sud erano completamente assenti.

Eppure dal Vasto erano partiti uomini divenuti illustri come Gabriele Rossetti, Gabriele Smargiassi, i Fratelli Palizzi, Valerico Laccetti, i conti Tiberi ed altri.

Ritengo che Il Vasto fosse luogo di cultura grazie all’ambiente che si era sviluppato alla corte del marchese Cesare Michelangelo d’Avalos  il quale avrebbe voluto trasformare la sua città in una corte alla  maniera di Urbino. L’investimento del “Magnifico” principe diede i suoi frutti nel secolo successivo alla sua morte quando Vasto veniva chiamata “l’Atene degli Abruzzi”.

I genitori di Maria Antonietta erano giunti a Vasto al servizio del principe Quarto di Belgioioso, il quale, amico di Avveduto Bartoli Avveduti, padre della bimba, li ospitò nella sua tenuta di Villa Aragona.

Avveduto Bartoli Avveduti era di ricca famiglia originaria di Chianciano (e/o Montepulciano) che, oberato di debiti, si era dovuto allontanare dal suolo natio e non poteva tornare in questo perché inseguito dai creditori. Nemmeno poteva tornare a Roma, città natale della moglie, poiché anche qui aveva lo stesso problema. Per qualche tempo nella amena Vasto trovò un tranquillo “rifugio”. Tuttavia anche da qui dovette fuggire, questa volta in America. Portò con se due figli maschi (ed una femmina?).
Maria Antonietta non volle seguirlo e rimase con sua madre a girare l’Italia e a studiare le materie che erano la sua passione: la recitazione ed il canto.

Ma come poteva accendersi una tale passione in una bambina nata in un centro come Vasto?

Penso che tutto dipenda dalla educazione e dai racconti della madre, la quale a Roma, sul finire del secolo, sicuramente aveva frequentato teatri, cinema e luoghi di cultura varia. A differenza del padre, troppo preso dalle corse dei cavalli, dalle sale da giuoco e dal suo ruolo di viveur nei cafè-chantant.

Nella piccola cittadina adriatica all’epoca c’erano il Teatro Regio e il cinema (Eden). C’era anche il restaurant della stazione dove, tra uno sherry e un pasticcino, trattenersi e magari scambiare “novità” e punti di vista con passeggeri in transito o personalità di ritorno.
E’ solo il caso di ricordare che nel 1906 una giovane coppia, prima di suicidarsi, si era intrattenuta a sorseggiare un aperitivo proprio in questo restaurant.

La ragazzina, crescendo tra i racconti del vissuto materno e le letture che sicuramente avranno accompagnato la sua adolescenza, dopo la partenza del padre e assecondata dalla madre, trovò spianata la strada per la sua carriera che la portò a diventare “la piacente” di Gabriele D’Annunzio.


A questo punto, partendo da un opuscolo del (1907) dove appare la sua immagine ma non il suo nome, espongo la mia teoria su una donna che per affermarsi ha dovuto cambiare non solo stile di vita ma spesso anche il nome.

Se pensiamo alla Belle Epoque e ai suoi personaggi femminili, viene in mente alla Lili Kangy della famosa canzone di Capurro e Gambardella.
La protagonista della canzone appare stilisticamente molto lontana dalla immagine che il Vate costruì intorno a Antonietta e che la rinominò Elena Sangro.
Lilì Kangy sciantosa e sciupa uomini - come la moglie dello scultore Cifariello (il ragno nero), che in quegli anni forse stava già lavorando  al monumento a Gabriele Rossetti - è più vicina allo stile paterno che a quello materno di Maria Antonietta, tuttavia ci pare di trovare l’immagine altera, fatale e tragica della bellissima di “Elena” in quella vaga attrice della Savoia film chiamata, alla moda del tempo: Jeanne Nolly.

…… (continua)


Nota Bene: Nella foto elaborata da Francesco Paolo Spadaccini non sono rappresentati Maria Antonietta e suo padre Avveduto. Magari lo fossero!

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