mercoledì 16 novembre 2022

Ninnì

 


Una piccola cameretta con accesso da Corso Plebiscito tinteggiata di un vago colore verdino. Una mensola con un barattolo contenente due enormi granchi, che da noi si chiamano pelosi, sotto spirito. Di fianco a questo barattolo c’erano una cornice con la foto e l’autografo di Gianni Rivera e, attaccato al muro, lo stemma del Milan. Queste furono le cose che notai, entrando per la prima volta nella bottega di un barbiere. Fino a quel giorno il barbiere veniva a casa mia. Era un tipo dai capelli rossi che mi metteva seduto su una seggiolina posta su un tavolo e, mentre mi tagliava i capelli, mi raccontava le favole.

Finalmente mia madre ritenne che ormai fossi cresciuto abbastanza da recarmi io dal barbiere e zio Paolo si offrì di accompagnarmi. Per giungere da “lui” da Corso Garibaldi, si scendevano le scalette di “Cicilelle” e, attraversato vico storto del passero, si salivano quelle di Angiolina. Giunti in una piazzetta, attraverso un vicoletto stretto, si usciva su corso Plebiscito. A sinistra “Lu Furnarille”, di fronte il maestoso palazzo Ciccarone, a destra la barberia. Fuori da questa era sempre parcheggiata una “moto a Volkswagen”, cosi detta perché aveva il parafango anteriore che copriva la ruota fino alla metà di questa. Era la moto del barbiere.

Le chiacchiere ad alta voce sulla Pro Vasto, sul campionato di calcio, sulla passatella al bar Nord o nelle varie cantine della zona, assieme ad altre amenità, facevano rimbombare il piccolo ambiente. A lavorare erano in tre: il titolare, il padre del titolare e Fernando, il ragazzo di bottega. Dopo breve attesa mi sedettero su un cavalluccio di metallo argentato con la seduta di similpelle verdone e mi avvolsero in una tovaglia che mi lasciava libera solo la testa.

“Alla Umberto?” Chiese il padre del titolare a mio zio. “Certo, alla Umberto, e faglieli bene altrimenti chi la vuole sentire sua madre!”. Cominciai a sentire il movimento e il tocco di forbici e pettine ma soprattutto lo “gnikgnic” della macchietta sul collo, dietro le orecchie e sulle basette. Questa sensazione ormai non si prova più giacché quella macchinetta è stata sostituita da altra elettrica che emette un rumore assai diverso. Sono cambiati anche i rasoi e nemmeno si usa più quella fascia di cuoio appesa al muro da cui scaturiva quel veloce “ciaff ciaf” mentre il barbiere affilava il rasoio su di essa.

In quella stanzetta per la prima volta il rasoio passò sulla mia faccia.

“Dai tagliagli quei brutti peli sotto il naso” disse un giorno mio zio al “barbiere” e quest’ultimo mi chiese: “sei sicuro? Poi dovrai raderti sempre!”. Io mi sentii grande e acconsentii. Mi viene da sorridere perché ancora adesso mi taglio di rado la barba.

Il tempo passava, l’amministrazione comunale di allora decise di allargare il vicoletto che conduceva a Piazzetta d’Amante a scapito della Bottega del Barbiere che fu abbattuta. Il barbiere si trasferì in via Crispi, poco più sopra del negozio di zia “trisina a fore la porte”, verso il Belvedere Romani. Qui il Salone, finalmente si poteva chiamare così, era luminoso e ben arredato. Sul fondo spiccava un riquadro realizzato con carta da parati che riproduceva geroglifici egizi e davanti a questo un “moderno” divanetto rosso. Poltroncine nuove, attrezzature nuove, non ho memoria se ci fosse ancora la sedia a cavalluccio, già da allora era un ricordo, ma c’era ancora l’angolino dedicato ai Pelosi e al Milan. Non c’erano più i pacchi di schedine del Totocalcio, che si usavano nella vecchia bottega per pulire i rasoi dalla schiuma da barba. Tutto più moderno, tutto più funzionale.

“Tradii” quel luogo per colpa di un torneo di calcio: il famoso trofeo barbieri. Il mio salone non partecipava ed io per entrare in una squadra fui “costretto” a farmi “servire” in un altro salone. Ricordo ancora Fernando che sugli spalti, vedendomi, indicava al suo “principale”, rigorosamente in dialetto: “Elle vì addò stà, elle vì! Joche 'nghi la squadre di LT”.

Partii per l’università e quando tornavo frequentavo gli “acconciatori” (all’epoca cominciavano a chiamarsi così) dove capitava.  

Tornai in quel salone, che nel frattempo si era ancora trasferito, questa volta di fianco a “Portanova”, per accompagnare mio zio ormai molto malato. Lui si che non aveva mai tradito quel suo amico barbiere, quel suo unico “vero” amico si chiamava Ninnì.

Chiedo scusa a chi mi rimprovererà di aver raccontato una mia storia invece di quella Ninnì, ma lui assieme a mio zio sono un pezzo del mio cuore e come si fa a staccare un pezzo di cuore senza esserne protagonista?

 


(La foto è di repertorio, scaricata da internet)

martedì 8 novembre 2022

Alla luce del poi ... che scemo!


Ho ritrovato questi articoli del 2008 e mi chiedo fino a che punto essere "idealisti" paghi. All'epoca ci credevo. Oggi invece ...


La cosa bella poi è che gli argomenti trattati negli articoli sono ancora all'ordine del giorno. Vogliamo ridere? Ridiamoci su che è meglio.


 

venerdì 4 novembre 2022

A Gabriele Rossetti il busto al Pincio ... il banchetto agli invitati.


Inutile aggiungere parole (tranne che la foto l'ho scaricata da qualche parte nel web, mentre l'articolo l'ho scovato nella immensa emeroteca Ciccarone). Era il 4 novembre 1911 e ...


 

lunedì 31 ottobre 2022

Il ricordo di chi non c'è più


 La Signorina Ester Stella, parafrasando la vecchia battuta, non trova il suo nome tra i defunti.

E' una vecchia foto, dovrei dire vintage o, meglio ancora, antica. Da quando ha chiuso il suo negozio in Corso De Parma non ho più avuto sue notizie ma continuo a conservare questa foto perchè della Signorina ho un ricordo incancellabile: è stato l'ultimo baluardo di quella Vasto denominata l'Atene degli Abruzzi.

In questi giorni in cui in tanti si recano al cimitero, anch'io lo faccio (ognuno ll'adda fa' chesta crianza, ognuno adda tené chistu penziero) ma non solo per adornare di fiori il loculo marmoreo dei parenti e aimè di tanti amici e conoscenti.

Ci vado a rivedere anche le tombe dei "Signori" che, pensando di fare cose buone, hanno dedicato la loro vita alla grandezza della Città del Vasto. 

Dovrei farne l'elenco ma cosa servirebbe? 

Non sento rumori di chi si rivolta nella tomba forse perchè anche "Loro" hanno perso la speranza "ultima Dea"  e si sono tristemente rilassati nel sonno eterno, accettando ... la sconfitta.


giovedì 20 ottobre 2022

Ci chiamavamo rigorosamente per cognome ...


Era l'anno scolastico 1969/70 avevo 14 anni. Era il 10 ottobre quando, timidamente entrai in classe, iscritto al primo liceo scientifico del collegio San Gabriele di viale Parioli a Roma. 
E' stato il 10 ottobre 2022 e ho partecipato ad una cena con molti dei miei "compagni" di scuola di allora.

Ritrovarmi in un ambiente che, aspetto fisico a parte, è rimasto identico ai tempi del liceo, con quello spirito "goliardico", che si ritrova in chi si è visto appena il giorno prima mentre invece sono passati 50 anni, è stata una sensazione fantastica, avvertita anche da tutti i presenti.  

Le strade si dividono ma visto che tutte le strade portano a Roma a volte, come in questo caso, ci si ritrova. Così vieni a sapere che lui è ... l'altro è ... tu dici che sei ... e così via ma a nessuno credo interessasse sapere cosa fossimo diventati piuttosto chi eravamo stati. E io che sono un collezionista di ricordi, con la mia tuta ginnica rigorosamente dell'epoca e una serie di notiziari carichi di foto, di nomi e di ricordi, mi sono ritrovato immerso, almeno per una sera, in una "epoca" impossibile da rivivere.

Un'epoca in cui ci chiamavamo rigorosamente per cognome, in un luogo che trasudava di storia. 

Mi fermo, altrimenti, preso dalla nostalgia, comincerei a parlare della storia di "quell'Istituto" frequentato da "nomi" importanti che a partire dai figli di Edda e Galeazzo fino al Premio Nobel Giorgio Parisi e poi ancora ...

... però se vogliamo parlare delle zie di Negrini che venivano a prenderlo il sabato dal vicino Piper, delle minigonne di Marina Ripa di Meana (all'epoca non si chiamava così), delle "donnine allegre" di via Taro, dei tramonti dietro il Cupolone ammirati dall'abbaino della mia camera, delle partite a ping pong con Roberto Giontella, degli scarpini di Guidi sul prato di Valle Giulia, delle ripetizioni di matematica assieme Giovanni Maucione e di tanti "nomi" e di tanto altro, si può fare. 

martedì 4 ottobre 2022

Anche Sua Eccellenza Bruno Forte si è accorto che ...


 Vasto città "pulita" non c'è che dire. Mi fermo altrimenti mi toccherà rimarcare che nel centro storico si puliscono le strade solo se in esse si trovano le case di assessori o ... mi fermo, mi fermo: 

giovedì 22 settembre 2022

Il sorbo di Salamastra

 




La vettura saliva le scalette di Zia Rachele, stando molto attenta a dove metteva i piedi. Se trovava un buco, di qualsiasi dimensione fosse, si fermava finche nonno Paolo non lo riempiva. Aveva molta cura di se la vettura.

Una mattina di fine ottobre, ancora insonnolito, nonno Paolo mi caricò sul dorso della vettura e lentamente si incammino con essa verso contrada Salamastra, per raggiungere l’uliveto di famiglia. Questo era un posto speciale per la qualità dell’olio. Olio che si sarebbe ottenuto dalla mistura di olive, raccolte dalle diverse varietà di piante, sapientemente interrate nei secoli precedenti e ancora curate dai miei nonni con pazienza e memoria, proprio per ottenere un preciso e unico sapore. “Quass’è l’uje di Stobbene. S’aricanosce!” Avrebbero detto al frantoio e mio nonno se n’aripriave.

Erano da poco passate le quattro, era ancora notte e una fitta foschia ci avvolgeva. Mi distesi tra la sella e i baonzi e mi riaddormentai cullato dall’ancheggiare e dal lento scalpito degli zoccoli di Rosina.

Rosina era l’affettuoso nome che mio nonno aveva dato alla sua asina. In paese gli asini venivano definiti vetture o peggio, con disprezzo, ciucci. Mio nonno invece riteneva il suo animale come una compagna di lavoro e, se vogliamo, anche di viaggio nella vita. Non era raro sentirlo parlare con Rosina di storia o filosofia, dei “drammi” da Mario e Silla fino a Cadorna passando per Rosmini o addirittura Lombroso. E se qualcuno lo sfotteva dicendogli: “che ffì’, pèrle ‘nghi ll’asene?”  lui fieramente rispondeva: “almene àsse mmi’ sta à ssendè! Ti ni’mmi’ sìnde e ni’mmi’ ‘ndinde”.

Mi svegliai che albeggiava. Intorno, l’erba autunnale era coperta da un qualcosa di bianco, simile a grosse ragnatele. Dicevano fosse “la manna”, ma io non lo so, per certi versi mi faceva impressione. Non scesi a terra fino all’arrivo.

Raggiungemmo il luogo e già dopo un primo sguardo rivolto agli alberi, sul volto di mio nonno si accese un ampio sorriso. Cominciò il suo lavoro canticchiando canzoncine militari, di quelle che si cantavano nelle caserme, che lui aveva imparato durante i suoi due anni di leva a Palermo. Perfino era stato Caporale e se ne vantava. “L’unico periodo in cui sono stato rispettato”, diceva, “fu durante il servizio militare a Palermo”. Qui nonostante l’età, rimango sempre Pauluccio di Stobbene.

Intanto le ore passavano. Arrivati intorno alle dieci del mattino, almeno così diceva lui regolandosi col sole, decise che si doveva fare colazione. Aprì un fagottino con pane, formaggio, salame acqua e vino e preparò dei panini.

Avevo diffidenza a mangiare il formaggio perché avevo visto mia nonna mungere una pecora, con la testa, protetta da un grezzo foulard, appoggiata al sedere di questa e gli spruzzi di latte che riempivano un secchio di alluminio. Però, sarà stata la fame, da quel giorno sono diventato un appassionato estimatore di formaggio di pecora. Conservo gelosamente una serie di canestrelli di paglia che si usavano come formine, mi sono sempre riproposto di provare a fare il formaggio ma non ho mai cominciato e purtroppo dubito che lo farò.

Ripreso il lavoro, il sole aveva riscaldato l’aria e il bianco che ricopriva l’erba era sparito, m’intrattenevo con Rosina che, libera da ogni legaccio, aveva raggiunto un albero di fichi il quale era cresciuto spontaneo e sceglieva i fichi migliori. Ogni tanto mi guardava e con i suoi occhi sembrava che mi prendesse in giro. Aveva uno sguardo sorridente e appagato. Mio nonno intanto, vedendomi incuriosito, cominciò a parlarmi di una parabola del vangelo che parlava di un fico, di un padrone che voleva tagliarlo e di un servo che lo invitò a non farlo. All’epoca mi sembrò una favola poi crescendo ho riflettuto molto su quella parabola.

Quando il sole si era fatto caldo, si senti il suono di campane. Mi domandai come facesse ad arrivare fino a noi quel suono, giacché eravamo così lontani dal centro abitato, ma la curiosità svanì, dispersa nel profumo che proveniva da un tegame di terracotta che conteneva il cacioeovo che mia nonna aveva preparato la sera prima. Il rito dell’apertura dei fagotti, il movimento delle dita atte a sciogliere i nodi della tovaglietta sapientemente usata per proteggere i tegami e il profumo del loro contenuto, mi ha sempre affascinato. 

Mangiammo veloce poiché si doveva completare il lavoro e il sole correva veloce. Mio nonno era contento per l’interesse che mostravo a guardarlo ma era ancora più contento se, disinteressandomi di lui, mi dedicavo ad altro. “La vita del contadino è una vitaccia; Fatica, sudore e nessun rispetto”, ripeteva spesso, ma in quella occasione ero troppo piccolo per capire perché mi distraesse se mostravo interesse per li suo lavoro. Pensavo che mi ritenesse incapace e mi dispiaceva.

Passarono ancora un paio d’ore. “Dai che è tardi! Dobbiamo riavviarci”. “Ma, Nonno Pa’, è ancora presto!”. “Qui il sole si copre dietro la collina di fronte e fa notte subito. Noi dobbiamo tornare a casa. I Vecchi dormivano qui ma noi …”

Prima di ripartire, aprì un fazzoletto molto colorato di quelli che si usano per asciugare il sudore. Dentro c’erano dei semi. Mi disse che erano semi di sorbo e aggiunse: “piantali. Ci vorranno anni ma vedrai che ogni volta che passerai da queste parti, guardando la pianta che crescerà, ti ricorderai di questa giornata.

Completata l’operazione, dopo una scrollata alla terra rimasta sulle ginocchia, accompagnata dalle prime ombre della sera la vettura, guidata con maestria da mio nonno, s’incamminò lentamente verso casa.

All’imbrunire arrivammo alle scalette di zia Rachele. Mio nonno scese da sella dicendomi: “ce la fai a guidarlo da solo e raggiungere la casa?” Io entusiasta risposi di si. Lui si fidò.

 Vincenzo e Nicola, due monelli della contrada detta “Li Filanzire”, stavano giocando, lanciandosi in discesa, a forte velocità, con la loro carrozzella di legno montata su ruote a sfera ma vedendomi arrivare e conoscendo l’abitudine dell’asino, scavarono una buchetta sulla strada e puntualmente la vettura si fermò. I due ridevano ma io, senza scompormi, richiusi il buco. “Rosina andiamo!” esclamai. L’asino riprese il cammino e, col muso rivolto ai due ragazzacci, cominciò a ragliare. Sembrava che li rimproverasse. I due si arresero e si dedicarono ad altro.

Arrivati a casa fui accolto dal solito sorriso di mia nonna che, avvertita dal ragliare di Rosina era già pronta con una grande tinozza piena d’acqua … il pieno per la vettura.

La serata cominciava a essere umida e le abitanti della strada avevano già riposto i lavori di merletto e i lavori a maglia che nel pomeriggio avevano realizzato, sedute davanti all’uscio delle loro case, chiacchierando tra loro e godendo dei raggi del sole che fino a quell’ora aveva riempito la strada. Da via Vesuvio allora si vedeva il mare e mentre l’asino beveva, io fissavo quell’immensa distesa di acqua che, nonostante fosse autunno, mi attraeva.

Da quella visione mi distraevano unicamente le domande di nonna Carmela sul come era andata la giornata. In quella occasione glie ne feci io una: “ma come fa Nonno Paolo a conoscere tutte le storie che racconta?”

Quando tornava zio Paolo Barone dai suoi viaggi – rispose mia nonna – passavano tanto tempo assieme, a volte nottate intere, seduti sugli scalini della chiesa della Madonna delle Grazie a raccontarsi storie; a volte si fermavano anche i passanti ad ascoltare. Ora nonno coglie ogni occasione per raccontare a te quelle storie.

Solo ai tempi del liceo capii cosa leggesse zio Paolo Barone, imbarcato sulle navi tra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento, durante le sue crociere commerciali, nientemeno che fino in Corea e in Giappone. L’ultimo libro che lesse fu: Paradise Lost di John Milton.

Oltre a questo testo conservava sotto il suo letto, centinaia di libri in diverse lingue. Questa collezione resistette alla sua morte ma non a quella di sua moglie, zia Rachele, quella delle scalette. I libri e tanti ricordi di una vita passata navigando nel mondo furono bruciati perché un prete aveva “invitato” a non leggere quelle opere poiché erano frutto del diavolo e portavano al peccato. Io all’epoca non c’ero né avrei potuto fare nulla per salvare qualcosa. Come avrei potuto vincere contro quel tipo d’ignoranza?

Piano piano, Filomena, Grazia, Carmela, Concetta, Lidia, Spina … ci hanno lasciato e nessuno le ha rimpiazzate più in quella strada. Un palazzo costruito di recente, con la sua ombra rende tutto buio, dalla strada non si vede più il mare e nemmeno dai balconcini delle piccole case. Via Vesuvio, un “Paradise Lost” che niente ha a che vedere con quello di John Milton ma che a me, ogni volta che scivolo in quel ricordo, pare una veggenza.

Da molti anni anche l’uliveto è rimasto abbandonato. La vita moderna poco si adatta alla fatica e al sudore. I rovi hanno avvolto e coperto gli antichi alberi di olivo; i vicini passano negli spazi praticabili con i loro mezzi senza rispetto per la proprietà altrui; la fauna selvaggia si è appropriata del luogo e quest’ultima è la cosa che mi dispiace di meno.

Alcuni giorni addietro, la nostalgia mi ha invitato a passare da quelle parti e con la mia attuale vettura. Con questa per raggiungere l’uliveto bastano pochi minuti non ore come all’epoca, altro che Rosina! E poi, la strada è ora è asfaltata e ha un nome segnalato da un cartello: Via Vilignina.

Ho visto il sorbo. Mi è apparso gigantesco. Gigantesco come la montagna di storie, di ricordi, di tradizioni, di esperienze, di cultura, di persone che in sessanta anni abbiamo completamente cancellato. Mi è tornata in mente “quella giornata”. Ho pianto.

 

martedì 12 aprile 2022

giovedì 17 febbraio 2022

lunedì 31 gennaio 2022

La Vasto di Michele Monina


Mi sto gustando in questi giorni un libro che parla di Vasto ma del quale i "vastesi" difficilmente ne conoscono l'esistenza, almeno fino ad oggi. 
"Guida Psicogeografica oer autostoppisti" è il titolo del libro scritto a Michele Monina, scrittore di Ancona e, come dice lui, in esilio a Milano.
Di sicuro non mi metterò a narrare del contenuto del libro ma mi piace evidenziare che, in maniera molto veritiera, anche se con diverse imprecisioni non dovute all'autore ma a chi gli ha fornito le notizie, Micchiiiile (chiamerò sempre così l'autore, dopo aver letto il suo libro) ha saputo leggere e descrivere, oltre che la "Città", i suoi abitanti.
Il bello, a mio modo di vedere, di questo libro sta nel fatto che viene descritta una Vasto poco osservata, una Vasto alla fine della sua epoca "Vastarola" e all'inizio di quella "Vastese". Non mi dilungo nella spiegazione di questo mio pensiero e lascio agli "eventuali" lettori comprendere questa distinzione.
Dallo scrittore (Micchiiiile) vorrei solo sapere, qualora si trovasse a leggere questo post e avesse voglia di rispondermi, cosa intende per "intellettuale" e se considera positivo o negativo l'aggettivo "eccentrico". Inoltre lo vorrei informare che la sua opera mi è stata segnalata da un "cugino di alto grado".

P.S. Ho scelto la foto perchè ... magari in un incontro estivo ne potremmo parlare.

sabato 15 gennaio 2022

Da Variante uno a Variante 16


Queste considerazioni in merito alla proposta Variante della Statale 16 Adriatica, scritte dal "concittadino" Francesco Paolo Spadaccini, mi sembrano assai appropriate.

 Non saprei dire esattamente da quando se ne discute, ma posso testimoniare che ho letto un documento di programmazione che contiene questo argomento e che portava la data del 2009;  firmato dal Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e dal Presidente Regione Abruzzo, Gianni Chiodi. A sua volta il documento cita precedenti atti amministrativi risalenti al 2003 e 2006; questo del 2006 era stato presentato al Ministro Antonio Di Pietro.

Nessuno ha mai avuto dubbi sulla necessità di quest'opera; nessuno ha tirato in ballo questioni paesaggistiche, ferite all'ecosistema, problemi di espropri, attività agricole massacrate: tutti d'accordo a sostenere che ci serve. E fingiamo di non sapere che una strada è portatrice di molti sconvolgimenti, oppure lo sappiamo ma vogliamo credere che i vantaggi siano superiori agli svantaggi.

Prima di ogni altra considerazione, mettiamo bene in chiaro che il traffico tra Vasto e Vasto Marina non ha nulla a che spartire con il raddoppio: è una questione a sè stante.

La motivazione più ricorrente  è che il raddoppio della SS16 devierà buona parte del traffico che oggi intasa la tratta vastese. Quindi stiamo pensando di deviare un flusso in transito, non di accumulo. Cioè stiamo dicendo che buona parte dei veicoli che oggi ci assillano non si fermano da noi, ma vanno oltre, verso sud o viceversa, e che devono per forza passare da noi perchè non hanno alternative. E questa alternativa la offrirà proprio il raddoppio. E il traffico sulla autostrada come lo consideriamo? Facciamo finta che non esista?

Il traffico da Vasto marina a marina di San Salvo, non è traffico di transito, altrimenti proseguirebbe oltre questi due punti. E' invece traffico stanziale, locale, di sosta, casa e lavoro, passeggiata in spiaggia, pizza al fresco, casa al mare ... che non avrà nè motivo nè convenienza ad usare il raddoppio. Tornando all'idraulica è come l'acqua che si accumula in un serbatoio. Questo serbatoio è proprio l'area turistica, dalla Bagnante alla marina di San Salvo; il traffico è come una massa di pesci che sguazza in un acquario: si riduce per 10 mesi all'anno e si incrementa per il resto; ma l'acquario è sempre delle stesse dimensioni. E il perchè di queste dimensioni merita un discorso a parte.

Se assumiamo che il traffico verso Vasto sia VA e quello che prosegue oltre sia VB, allora il raddoppio fungerebbe da tangenziale, ma giustificabile solo nel caso che VB sia nettamente superiore a VA. Come dire che per 1 veicolo che entra in Vasto, almeno 3 o 4 veicoli/camion devino sul raddoppio. Pensate che questa sia l'attuale situazione? Esistono rilevamenti attendibili in tal senso? Io credo di no; ci saranno solo ipotesi e tutte a sostegno del raddoppio, ci si può scommettere. Il traffico verso sud o verso nord, ha già la sua autostrada e con un traffico direi esiguo se paragonato a tratti più a nord.

Per rendere verosimile questa esigenza di raddoppio, tra le altre storielle, si continua ad illudersi che avremo un futuro dove il traffico industriale e turistico esploderà? Queste erano le motivazione di 15,  20 anni fa; qualcuna si è avverata? Anzi, abbiamo una comunità che ostacola ogni nuovo insediamento industriale, motivando con la salvaguardia del nostro ecosistema eppoi finge di non sapere quale scempio comporta una strada proprio a quell'ecosistema che si pretende di difendere. Osservando le industrie nelle due aree, Punta Penna e San Salvo, vi sembrano esplose negli ultimi 15 anni? E il turismo, vi sembra raddoppiato nello stesso periodo? Notate che ci siano programmi dell'amministrazione che vanno in questa direzione? O, al contrario, movimenti di opinione che bloccano ogni nuovo insediamento?

Incremento del turismo. Ma qualcuno pensa quando parla? Per incrmentare le presenze occorre creare nuovi posti letto, quindi altri alberghi, case vacanza, parcheggi, aree di divertimento, strade interne; quindi altro traffico stanziale, altro traffico commerciale interno, altri orti e uliveti sbancati, ecc. ecc.  ... e l'acquario è sempre quello!!

Ma l'alternativa al raddoppio già c'è. Vediamolo.

Leggo che per il raddoppio si parla di circa 70 milioni, mentre per una uscita A14 a San Lorenzo (Vasto Ovest) ne basterebbero 10.

Realizzare un nuovo casello a Vasto Ovest, sarebbe la decisione più intelligente, più economica e meno invasiva, ed è la risposta al raddoppio che tanto cerchiamo.

La tangenziale di Milano, come quelle di altre grandi città, ha dei tratti gratuiti ed altri, per intervalli più lunghi, con pedaggio, proprio per smaltire traffico in città. Proviamo a fare dei calcoli.

Supponiamo che si faccia una convenzione con il gestore A14 riconoscendo 1 euro per ogni veicolo che entri a Vasto Nord ed esca a Vasto Ovest o Vasto Sud, e viceversa. Con quei 60 milioni risparmiati non facendo il raddoppio, potremmo far transitare gratuitamente 60 milioni di veicoli. E supponendo ne transitassero 10.000 al giorno, fanno 3.650.000 in un anno. Cioè quei 60 milioni pagherebbero il transito gratuito, Vasto Nord, Ovest, Sud e viceversa, a 10.000 veicoli per 16 anni. Sembrano calcoli empirici, e lo sono, ma sono quelli che si fanno quando si devono scegliere soluzioni ai problemi.

Tutto questo senza segare nessun albero o tagliare in due un orto. Questo è solo un esempio indicativo di quali possano essere le alternative alla realizzazione di una strada che comporta, da quello che si legge, addirittura una sopraelevata o un tunnel.

Ma se osserviamo bene, il traffico che tanto ci preoccupa è quello lungo il litorale dalla nostra  marina a quella di San Salvo. Aver costruito alberghi e residenze anche sul lato strada verso l'interno, oltre a raddoppiare il transito dei residenti, ha creato le tante occasioni di pericolo per gli attraversamenti. Se si fosse costruito solo sul lato mare avremmo avuto metà del traffico residente e nessun pericolo di attraversamento. Ma tant'è e dobbiamo prenderne atto.

Allora potremmo raddoppiare solo questo tratto, con un percorso che passi all'interno delle campagne e  oltre la linea delle costruzioni esistenti, riservando invece l'attuale percorso solo ai residenti e deviando sul raddoppio tutti gli altri, cioè tutti quelli che da Vasto, devono andare a San Salvo o Termoli, per lavoro o altro. Eppoi ci sono tutte quelle strade che usiamo poco perchè abitudinari con le più trafficate; con parte di quei milioni potremmo ristrutturarle e renderle vere e proprie alternative.

Concludo sostenendo che il raddoppio della SS16 è opera inutile e se si realizzasse sarebbe deserta. I fondi disponibili, ammesso che ci siano ancora dopo quanto sta succedendo alla nostra economia nazionale, , potrebbero essere diversamente e più proficuamente impiegati.

lunedì 3 gennaio 2022

Umberto Palazzo - Qui ... il nuovo anno si apre bene.


Non ho chiesto a Umberto il permesso di pubblicare su questo blog il suo brano ma, oltre alla bellissima canzone, ho rivisto nel video tante persone che ho coosciuto e in modo particolare ho rivisto Roberto Laccetti.

Non aggiungo atro. ... a cosa servirebbe.  

martedì 7 dicembre 2021

Nasce Ballenotizie


 Siccome prevedo un inverno molto noioso, inizio oggi una rubrica che spero ci rallegrerà un poco.

martedì 30 novembre 2021

Non saprò mai come è andata a finire.

L'altra notte pioveva. Dalla grndaia su una tettoia cadevano alcune gocce di pioggia che senbravano scandire il tempo, come le palline colpite in una partita di tennis e io, che non riuscivo a dormire, invece di contare le pecore ho immaginato un incontro dove mi sembrava di riconoscere Barazzutti che se la vedeva con Zugarelli:

Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach.Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach.Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach.Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach.Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach.Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach.Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach.Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach.Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach.Poch, pach. Poch, pach. Pach, poch. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach.Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach.Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach.Poch, pach. Pach, poch. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach.Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach.Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach.Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach.Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach.Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. Poch, pach. Poch, pach. Poch, Pach. Poch, Pach. 

Non saprò mai come è andata a finire.

 

giovedì 30 settembre 2021

Il San Michele di Francesco Paolo Spadaccini

 


In passato, in polemica con amici, commentai il fatto che il Santo Patrono avesse una delle chiese più piccole della città, ma almeno situata nel punto più bello del nostro lato est.

Patrono di cui si parla poco durante tutto l’anno e ci si ricorda di lui solo in occasione della sua festa.

Della sua festa ma anche di quando la città ha avuto bisogno dei suoi buoni uffici presso il Padre Eterno.

Questa piccola composizione in dialetto racconta proprio questo.

 

 

San Michele, Protettore

 

Strillènne a circhè la piève,

'na mòrre di  cafìne e urtulène

s'apprisènde annènze a Sammicchèle.

 

Lu Suànde sènde e sa' risbàje 'ngustujète,

scènne l'addère e angòre durmuènne

aèsce 'a vidà che stève  succiudènne.

 

Ohè!...Che jè tùtte sta ammujène!

Minìte aecche sòle pì cummunènze,

e l'èddre jùrne? Nisciùne vè'affà pinitènze.

 

Li cafìne 'mbaurète… Prutittò circhème schìse,

ma aècche la cambàgne s'è sicchète

e sènza virdìre 'nzè màgne e 'nzì fa mirchète.

 

Accuscè jè? Si minìte aècche addà èsse pi rispètte,

all'arcangèle di Ddè ci vo' sèmbe divuziàne,

sòle accuscè putète aripurtè la binizzàne.

 

Mìse e mèse…nisciùne vè' appiccè cannàle,

pi tutte l'ànne facète l'àrte di cajàsse,

sòle pi la fèste mi calète e mi purtète a spàsse.

 

Ma cànda la magnatàre scarsijàie,

allàre tutte a strippàrse li capèlle,

tutte a ricitè rusuàrie a ògne cappèlle.

 

A l'addijìne…sìbbite: Micchèle me 'ndò stì?

E a panza piàne…niscìne a truvè lu Sànde,

sòle càcche vicchiarèlle ògne tànde.

 

 Jète pùre a la marène affà li bagne,

ma pinzète ca tenème tànda puvurtè

c'abbisàgne cunfòrte e bòna caritè.

 

Ma jè vuje tròppe bène a stù pajàse,

e pure stavòdde vi lève la maledizziàne,

ma, abbàte avvì, nin'vi scurdète la lizziàne.

 

S'é calmète Micchilèle…s'agginòcchie li cafìne,

e mèndre abbruvugnìse stànne tutte zètte

vènde … silìstre … e scòppe la matèzze.

 

Ariscènnene li cafìne pi la vì' dill'Aragàne,

arisàje lu Suànde dèndra a la cappèlle,

e suddusfuàtte a'ricchiàppe la sbambatèlle.

 

Da stù fuàtte ci'à èsce 'na murèle:

'nzì prèghe pì 'nderèsse sulamènde,

ma pure pì ògne anèma'nnucènde.

venerdì 17 settembre 2021

Sul raddoppio della SS16 ... Moderni Tratturi.

Da Francescopaolo Spadaccini ricevo e pubblico questa analisi che reputo meriti grande considerazione.

In tempi di elezioni amministrative si fruga nei cestini e negli archivi alla ricerca di argomenti da rinfrescare e riportare all'attenzione degli elettori.

In questo safari, tra scaffali e faldoni, non poteva mancare il raddoppio della statale 16 (SS16). Non saprei dire esattamente da quando se ne discute, ma posso testimoniare che ho letto un documento di programmazione che contiene questo argomento e che portava la data del 2009;  firmato dal Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e dal Presidente Regione Abruzzo, Gianni Chiodi. A sua volta il documento cita precedenti atti amministrativi risalenti al 2003 e 2006; questo del 2006 era stato presentato al Ministro Antonio Di Pietro.

Quindi ci sono tutti e nessuno può tirarsi fuori, perchè tutti hanno dato la spintarella quando ne hanno avuto l'occasione. Ma si sa, col tempo la faccenda si ingrossa, le condizioni al contorno cambiano, ma tutti continuano ad operare ed opinionare come se i presupposti iniziali fossero rimasti immutati.

Nessuno ha mai avuto dubbi sulla necessità di quest'opera; nessuno ha tirato in ballo questioni paesaggistiche, ferite all'ecosistema, problemi di espropri, attività agricole massacrate: tutti d'accordo a sostenere che ci serve. E fingiamo di non sapere che una strada è portatrice di molti sconvolgimenti, oppure lo sappiamo ma vogliamo credere che i vantaggi siano superiori agli svantaggi.

Adesso voglio provare a fare il bastian contrario e spero di stimolare qualche riflessione, ma di quelle che si fanno stando con i piedi per terra.

Nelle aule scolastiche il traffico viene studiato prendendo a prestito alcune delle regole dell'idraulica, assimilando il flusso dei veicoli all'acqua che scorre nei tubi (le strade). Pensate a questo mentre proseguite nella lettura.

La motivazione più ricorrente  è che il raddoppio della SS16 devierà buona parte del traffico che oggi intasa la tratta vastese. Quindi stiamo pensando di deviare un flusso in transito, non di accumulo. Cioè stiamo dicendo che buona parte dei veicoli che oggi ci assillano non si fermano da noi, ma vanno oltre, verso sud o viceversa, e che devono per forza passare da noi perchè non hanno alternative. E questa alternativa la offrirà proprio il raddoppio.

Questo vuol dire che buona parte del traffico che oggi ci affligge, una volta deviato sul raddoppio, ce lo dovremmo ritrovare confluito dopo San Salvo e fino a Termoli; viceversa, fino a Vasto nord. Ma qualcuno ha mai osservato il traffico sul ponte del Trigno o quello alla deviazione per Punta Penna? E vi sembra paragonabile a quello della tratta tra Autostello e marina di San salvo? A me proprio no.

Il traffico da Vasto marina a marina di San Salvo, non è traffico di transito, altrimenti proseguirebbe oltre questi due punti. E' invece traffico stanziale, locale, di sosta, casa e lavoro, passeggiata in spiaggia, pizza al fresco, casa al mare ... che non avrà nè motivo nè convenienza ad usare il raddoppio. Tornando all'idraulica è come l'acqua che si accumula in un serbatoio.

Sento già le grida di contrappunto, ma voglio ascoltarle e porre domande semplici, in primis agli automobilisti e agli autisti di mezzi pesanti.

Cominciamo immaginando un pacifico posto di blocco alla rotonda di Punta d'Erce, e una delle uscite è proprio verso il raddoppio, l'uscita n.1, mentre l'uscita n.2 è quella verso Vasto.

Prima vettura A (vA): (il controllore si avvicina) dove va? ... a Termoli in vacanza, a un concerto a Foggia, ... a trovare parenti a Campomarino. ... Da dove viene? ... Da Pescara. Perchè non ha scelto l'autostrada fino a Vasto Sud o fino a Termoli? ... Perchè sono un masochista e un tirchio. ... Bene, prenda la 1. Grazie.

Seconda vettura B (vB): dove va? ... a Vasto Marina, ... per vacanza, ... a trovare parenti, ... ad un concerto, ... a una sagra, ... per una mangiata di pesce, ... per comprare la ventricina.... Da dove viene? Da Pescara, ... da Ancona, ... da Bologna. ... Perchè non ha preso l'autostrada? ... L'ho fatta fino a Vasto Nord. ... Bene, prenda la 2. Grazie.

Primo camion (cA): dove va? A Termoli. Da dove viene? Da Pescara, ... da Ancona, da ... Bologna... Che trasporta? ... Materiale vario. ... Perchè non ha fatto l'autostrada fino a Vasto Nord o direttamente fino a Termoli? ... Perchè la mia ditta non rimborsa autostrada e mi piace guardare il mare. ... Bene, prenda la 1. Grazie.

Secondo camion (cB): dove va? ... A Termoli. ... Da dove viene? ... Da Pescara, ... da Ancona, ... da Bologna ... Che trasporta? ... Derrate alimentari per alberghi, negozi, mercati e centri commerciali di Vasto e Vasto Marina. ... Perchè non si fa l'autostrada? L'ho fatta fino a Vasto Nord. ... Bene, prenda la 2. Grazie.

Ho cercato di ridurre a 4 gli esempi di tipologia di traffico, distinguendo tra quello (leggero e pesante) che dovrebbe imboccare il raddoppio, (vA + cA), e quello che invece, (vB + cB), deve necessariamente entrare in zona Vasto. Ora invoco un ragionamento razionale e senza pancia.

Il raddoppio sarebbe tecnicamente giustificato, con tutte le sue conseguenze, se il volume di traffico (vA + cA) fosse nettamente, ripeto nettamente, superiore a quello che invece deve fermarsi a Vasto (vB + cB). Come dire che per 1 veicolo che entra in Vasto, 2 o 3 veicoli/camion deviano sul raddoppio. Pensate che questa sia l'attuale situazione? Cioè, pensiamo che verso di noi arrivi una massa d'acqua di cui una parte minore rimane nel serbatoio locale e il grosso fluisce verso Termoli? Io penso avvenga esattamente il contrario.

Oppure vogliamo continuare ad illuderci che avremo un futuro dove il traffico industriale e turistico esploderanno? Queste erano le motivazione di 15 anni fa; qualcuna si è avverata?

Ora prendiamo le aree industriali principali. L'area di San Salvo, con Pilkington Denso ecc., quali vie di trasporto utilizzano? Di sicuro la A14 e/o le ferrovie. Crediamo che si possano innamorare del raddoppio per risparmiare il pedaggio tra Vasto Sud e Vasto Nord? Dico nord perchè verso sud non c'è partita.

E le aziende a Punta Penna? Anche loro per risparmiare il pedaggio autostradale si farebbero il raddoppio fino a San Salvo e poi proseguono verso sud sulla A14? Dico sud, perchè verso nord non c'è partita.

Osservando le industrie in queste due grandi aree, vi sembrano esplose negli ultimi 15 anni? E il turismo, vi sembra raddoppiato nello stesso periodo? Notate che ci siano programmi dell'amministrazione che vanno in questa direzione? O, al contrario, movimenti di opinione che bloccano ogni nuovo insediamento?

Ma l'alternativa al raddoppio già c'è. Vediamola.

Leggo che per il raddoppio si parla di circa 70 milioni, mentre per una uscita A14 a San Lorenzo (Vasto Ovest) ne basterebbero 10.

Realizzare un nuovo casello a Vasto Ovest, sarebbe la decisione più intelligente, più economica e meno invasiva, ed è la risposta al raddoppio che tanto cerchiamo.

La tangenziale di Milano, come quelle di altre grandi città, ha dei tratti gratuiti ed altri, per intervalli più lunghi, con pedaggio, proprio per smaltire traffico in città. Proviamo a fare dei calcoli.

Supponiamo che si faccia una convenzione con il gestore A14 riconoscendo 1 euro per ogni veicolo che entri a Vasto Nord ed esca a Vasto Ovest o Vasto Sud, e viceversa. Con quei 60 milioni risparmiati non facendo il raddoppio, potremmo far transitare gratuitamente 60 milioni di veicoli. E supponendo ne transitassero 10.000 al giorno, fanno 3.650.000 in un anno. Cioè quei 60 milioni pagherebbero il transito gratuito, Vasto Nord, Ovest, Sud e viceversa, a 10.000 veicoli per 16 anni. Sembrano calcoli empirici, e lo sono, ma sono quelli che si fanno quando si devono scegliere soluzioni ai problemi.

Tutto questo senza segare nessun albero o tagliare in due un orto. Questo è solo un esempio indicativo di quali possano essere le alternative alla realizzazione di una strada che comporta, da quello che si legge, addirittura una sopraelevata o un tunnel.

Ma se osserviamo bene, il traffico che tanto ci preoccupa è quello lungo il litorale dalla nostra  marina a quella di San Salvo. Aver costruito alberghi e residenze anche sul lato strada verso l'interno, oltre a raddoppiare il transito dei residenti, ha creato le tante occasioni di pericolo per gli attraversamenti. Se si fosse costruito solo sul lato mare avremmo avuto metà del traffico residente e nessun pericolo di attraversamento. Ma tant'è e dobbiamo prenderne atto.

Allora potremmo raddoppiare solo questo tratto, con un percorso che passi all'interno delle campagne e  oltre la linea delle costruzioni esistenti, riservando invece l'attuale percorso solo ai residenti e deviando sul raddoppio tutti gli altri, cioè tutti quelli che da Vasto, devono andare a San Salvo o Termoli, per lavoro o altro.

Concludo sostenendo che il raddoppio della SS16 è opera inutile e che i fondi disponibili, ammesso che ci siano, potrebbero essere diversamente e più proficuamente impiegati.