domenica 11 agosto 2013

Palizzi: ancora echi sulla mostra.

Nell’immagine della “Veduta di Vasto” ritrovata, di Nicola dei Palizzi

Di Giuseppe Franco Pollutri

E’ noto, in un tempo neppur molto lontano, da Vasto s’andava a Napoli. Era, del resto, la capitale, in un Regno - così si narra - di molti briganti, eppur di raffinata scienza e cultura. Così, anch’essi, nel secolo XIX, fecero i fratelli Palizzi, uno dopo l’altro; così Nicola assieme o dopo Giuseppe, Francesco Paolo e Filippo, accomunati da un medesimo amore per la pittura, esercitata con esiti vari e diversi, pregevoli tutti sicuramente.
Nicola, come i fratelli seguace anche lui del “Verismo”, particolarmente studiato assieme a Giuseppe, nei contatti con gli artisti parigini de Il Barbizon (praticanti della pittura all’aria aperta), si ritrovò presto ad avere comunione d’intenti e di pratica artistica con i promotori della napoletana “Scuola di Resìna”. In essa si riteneva idealmente produttivo e si fece in modo di praticare “la osservazione attenta della natura, il fantasticare quotidiano e continuo su tutti gli effetti e su tutte le forme dell’avvicendarsi continuo delle immagini” come poetica-guida per la propria arte, in innovativa e convinta ‘rottura’ con l’Accademia (pittura di studio), parallelamente, seppur con tecnica ‘impressionistica’ diversa, con i Macchiaioli. Da qui tutta una produzione, di indubbia capacità visiva e tecnica, che qualcuno etichetta anche “di esercizio manieristico”, ma pur sempre espressivo del bello e del ‘vero’, sensorialmente ammirati e illustrati nella ‘visione’ pittorica di volta in volta ritratta e mostrata.
Tale ci appare ed è da considerarsi anche la Veduta di Vasto, dipinta da Nicola Palizzi nel 1853 (dal vivo o, probabilmente, con bozzetti preparatori e di supporto per la memoria), e per tale genere la si dovrà riguardare, senza voler far confronti stilistici, non pertinenti e poi inutili, con il più tecnicamente capace fratello Filippo, e pur se oggi si sia frastornati da un’altra “maniera”, concettual-performante, che ci porterebbe a considerare con erronea sufficienza culturale questa che resta, di certo, pittura ‘tradizionale’. Una “pittura-pittura” che – allora e si vuole ancor oggi – è quella che serve, e comunque efficacemente fu capace di ritrarre, con occhi e mente, colori e pennelli, ciò che intorno ci accade, vive e si trasforma: gli eventi e accadimenti che ci coinvolgono e ci condizionano nelle nostre idee, gusti, manifestazioni.

Ecco allora che il ‘ritrovato’ e per molti ‘scoperto’ quadro nicola-palizziano, mostratoci in questi giorni presso il sorprendente “Piccolo Circolo Garibaldino” di Vicolo Sinello, a Vasto, per spontanea concessione del proprietario (Stefano D’Adamo), e a cura dell’architetto F. Paolo D’Adamo, richiede non altro che una semplice quanto intima, persino affettuosa, ‘guardatura’ per quel che è, per quel che in esso il pittore ha inteso immettere, visivamente e con evidente sentimento di nostalgico legame per e con il luogo natale.
Entriamo, dunque, eideticamente in esso, ed eccoci di fronte ad un abitato che si pone come sorta di isola\oasi urbana cui far meta e ritorno: un mirabile agglomerato su cui si distinguono, come punti fermi nel divenire, i suoi pubblici edifici, Palazzi e Chiese. Ci piace così - in una sorta di ritrovamento e riscoperta di tipo ‘archeologico’ nell’immagine ritratta e insieme nella nostra mnemonica esperienza del luogo - di ritrovare, muovendo lo sguardo da destra,  quel che fu il Convento monastico di S. Chiara, la Torre di Bassano, il Palazzo Palmieri con la sua torre indice del fortilizio del Caldora, la Chiesa allora dedicata a
San Francesco di Paola (oggi dell’Addolorata)… E poi la Piazza Barbacani, e ancora gli altri edifici di culto ben riconoscibili, in un secondo piano: il Carmine, San Giuseppe, il campanile e la grande navata con cupolino di Santa Maria Maggiore, sino alla Loggia Amblingh. Di là, riguardando il quadro con un originale taglio verticale della ‘veduta’, propostoci  sulla locandina dell’esposizione odierna, come un secondo fondale di scena per la ‘rappresentazione’, insieme reale e immaginifica del luogo, ecco la distesa del mare, tranquillo e rasserenante, su cui navigano (o navigavano) veliche “paranze” e agili “battelli”, attori e testimoni  di un tempo in cui le acque del nostro golfo non erano riguardate e ‘usate’ soltanto per “i bagni”.
Portandoci poi con lo sguardo nel settore di destra, ripristinando l’originaria inquadratura orizzontale, scopriamo, in una sorta di istantanea documentaristica, una scena-quadro nel quadro di tipo narrativo. Lungo le mura-palazzo di S. Anna, area (immaginiamo) aragonese, lungo un sentiero che scende nella piana e che confluisce con altro centrale, Nicola delinea, con dimensione quasi miniaturistica, ma con efficaci tocchi luministici, gente – viandanti e viaggiatori, signori e contadini, chierici e borghesi, uomini e donne - che dall’esterno rurale e naturalistico accedono alla Città del Guasto d’Aymone, per proprio affare, commercio, visita parentale, o per le preghiere di culto, per una devozionale processione…
In primo piano s’impone una sorta di platea per chi guarda la rappresentazione: una larga distesa di terreno accidentato e incolto, colorita con ocra bruciata di vario tono e grado, ricoperta come natura suole da “coloriti fiori et erba”. Nell’insieme del quadro, tale campitura realizza un cromatico e spaziale contrappunto visivo con il luminoso e accentrante agglomerato urbano, là dove, nel secolo successivo, grandi e importanti opere ed edifici disegneranno architettonicamente la Piazza per il Monumento a Gabriele Rossetti, e prima Corso Italia, a testimonianza di un tempo di poi in cui non più Napoli, ma Roma (…con i rievocati suoi fasci littori) sarà il nuovo riferimento politico-culturale di una Nazione e, in particolare, di una Vasto divenuta, nel prima e nel dopo “Ventennio” (a frutto di questo non meno), ancor nuova e più moderna.
Di quella che fu, nel tempo storico e culturale di Nicola dei Palizzi, ci resta godibilmente questa ritrovata Veduta. Una sorprendente ‘epifania’ per la nostra, culturalmente sciatta, estate duemila e tredici.


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